Asura

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AsuraKeichi Satou è ormai regista di anime decisamente in auge. Il suo nome viene ormai facilmente associato alla frontiera della sperimentazione nell’animazione, là dove un character design portato al massimo dettaglio viene coadiuvato dalla più moderna computer grafica che gli dona una fluidità eccezionale traducendosi in funamboliche sequenze dall’entusiasmante regia. Il successo critico di lavori come Karas, cinetica serie di OVA dedicata al quarantennale della Tatsunoko, ma anche quello commerciale di una serie televisiva amatissima dal grande pubblico come Tiger & Bunny, devono aver pesato quando si è trattato di fare scelte di produzione alla sede della Toei Animation. Così nasce l’insolito adattamento di un manga certamente noto per la qualita`, ma anche per motivi che la trascendono ampiamente.

George Akiyama è infatti leggendario e controverso autore, sebbene poco noto dalle nostre parti. Udagawa Takeo, autore del tomo Manga Jigoku Hen, non esita a definirlo «Re dei Trauma» vista la sua carriera costellata da manga che hanno sempre alzato la soglia della tollerabilità da parte del pubblico e al tempo stesso sono stati vittime di censura ed ostracismo. Zeni Geba è il ritratto di un uomo che scende sempre più a fondo lungo la spirale della violenza, Terorinman e The Moon sono chiaramente ispirati alle gesta della ben nota Armata Rossa Giapponese, mentre Son of Buddha è sinistramente noto come incredibile e dettagliato anticipatore dei terribili fatti della setta Aum Shinrikyo, responsabile dell’attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo. E Asura, anzi Ashura per utilizzare la traslitterazione esatta di アシュラ che corrisponde alla lettura Giapponese del termine sanscrito da cui prende il titolo l’opera, non è certamente il più leggero della sua produzione. In diverse prefetture fu infatti ufficialmente ostracizzato come dannoso per la morale pubblica a causa delle violente scene di cannibalismo presenti prevalentemente nella prima parte della storia.

Ambientato durante un terribile periodo di carestia medievale la vicenda ruota attorno ad un piccolo selvatico protagonista. La madre disperata e affamata prenderà a nutrirsi dei cadaveri che trova in giro in preda alla follia durante l’allattamento del piccolo e arriverà persino a progettare di nutrirsi del frutto del suo seno. Dal breve, ma pesantissimo prologo si balza avanti nel tempo quando il piccolo selvaggio ha circa 8 anni. Sprezzante del valore della vita umana e dedito al cannibalismo, verrà gradualmente cambiato e reso umano dall’incontro prima con un monaco e poi con una giovane contadina. Lo stesso monaco intravedendo in lui un barlume di sovra umanità lo battezzerà Ashura, come la categoria di semidei che si colloca in uno stato di esistenza del ciclo del karma differente da quello umano. Come noto il Buddhismo si caratterizza molto a seconda della regione asiatica in cui è praticato. In Giappone gli Ashura da una parte parte mantengono una natura ferina dettata dalla loro innata potenza, dall’altra come l’uomo sono creature volubili che oscillano tra bene e male. Rappresentati spesso con tre volti, di cui i due laterali a simboleggiare la ferocia molto presente nella originaria tradizione Hindu, e con sei braccia, vengono anche considerati in qualche modo delle divinità guardiane del Buddhismo. Forse per questo il monaco decide di dare un nome al piccolo e concedergli la possibilità di incamminarsi verso la possibile divinità.

La crescita del protagonista è a tutti gli effetti definibile «umana». Dopo aver stabilito un lungo rapporto con la ragazza con tanto di climax e crisi susseguente, sarà il monaco nel loro secondo  incontro a spiegargli che è diventato umano perché ha aperto il suo cuore alla sofferenza. «Questo è per celebrare che sei diventato umano» sono infatti le parole che gli rivolge mentre gli porge il proprio braccio tranciato e sanguinante, sfidandolo così a commettere nuovamente l’atroce peccato di cannibalismo. Senza voler scendere in dettagli complessi sul Buddhismo è visibile come la storia cerchi di comunicare tramite le parole e i gesti del monaco la peculiare condizione dell’umanità.  I tre stati di esistenza superiore (umanità , Ashura e divinità) non convivono, ma tra questi la condizione umana è quella che permette di interpretare al meglio la realtà e di agire di conseguenza sul proprio karma.  E` una vita di disperazione quella a cui siamo condannati, ma la regola di questo crudele gioco vuole che sia portata a termine. Una regola dolorosa, ma necessaria che Asura deve imparare prima di proseguire il suo viaggio. Deve comprendere l’inevitabilità di essere umani prima di poter accedere ad un livello superiore di coscienza che vada oltre il bene e soprattutto superi tutto quel male che egli stesso ha seminato. Sotto questo aspetto il film è davvero coraggioso, dato che non è certo messaggio facile da mediare tramite un antieroe così anomalo, tramite quello che a tutti gli effetti è un piccolo assassino cannibale. Questa è la potenza derivata dall’opera originale di Akiyama e chissà se Satou sarà capace di osare in maniera simile nel futuro adattamento in computer grafica di Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco) che sarà nei cinema nel 2014. Difficile fare previsioni, anche alla luce del fatto che Asura stesso spogliato del suo spunto originale, è un’opera cinematografica abbastanza fredda. Sebbene realizzata con tecnica certosina, non impressiona quanto dovrebbe pur regalando alcuni elevati momenti. Sembra sempre voler picchiare duro e se lo si analizza a livello semantico lo fa pure, ma manca clamorosamente l’impatto grafico che sarebbe stato necessario per comunicarci quel messaggio di dolore che al tempo stesso è un inno alla vita, quantunque siano disperate le condizioni in cui versa.

Alcune cover di edizioni del manga originale.

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