Atami no Sousakan

Voto dell'autore: 4/5
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Atami no SousakanPerennemente diviso fra cinema e televisione, Miki Satoshi (Adrift in Tokyo, In the Pool) torna a quest’ultima dopo il recente e brillante Instant Swamp. E lo fa in grande, scrivendo e girando per intero la sua ultima fatica. Atami no Sousakan è una serie andata in onda su TV Asahi in seconda serata, da luglio a settembre 2010. Sono otto episodi in tutto, ognuno della durata di poco più di quarantacinque minuti. Un unico arco temporale che si apre e si chiude senza lasciare spiragli per una possibile continuazione.

L’inizio è fulminante. Cittadina di Minami-Atami. Un bus scolastico, con quattro ragazze a bordo, si ferma per soccorrere un uomo steso in mezzo alla strada. L’autista scende per capire cosa è successo, ma proprio mentre sta aiutando l’uomo a rialzarsi, il bus si avvia apparentemente da solo. Le ragazze gridano aiuto, l’autista corre appresso al veicolo cercando di fermarlo, ma non appena entra nella nebbia il bus scompare nel nulla. Tre giorni dopo Shinonome Mai, una delle studentesse coinvolte nell’accaduto, viene trovata svenuta e subito portata in ospedale. Delle altre non si sa nulla. Tre anni dopo l’incidente, Shinonome Mai riprende coscienza e per indagare sul caso intervengono Hoshizaki Kenzo e Kitajima Sae, due “investigatori nazionali” non troppo dissimili dai federali americani. Il mistero attorno al bus svanito nel nulla e alle tre ragazze ancora disperse li porterà in una spirale di eventi improbabili, ambigui e assolutamente indimenticabili.

Atami no Sousakan colpisce fin dai primissimi minuti. Lo spettatore è subito immerso in un’atmosfera rarefatta, il blu della locandina è il colore dominante, e per tutta la serie questi due elementi saranno ricorrenti. L’incidente del bus è annunciato dalla tensione che si percepisce da ogni inquadratura. Miki Satoshi crea una costante sensazione che disturba senza spaventare, senza eccedere nel terrore. Il riferimento principale è Twin Peaks di Mark Frost e David Lynch. Tanti, tantissimi i rimandi a questa serie cult: dalle vittime tutte ragazze, al look degli investigatori e ai metodi strampalati di Hoshizaki Kenzo per fare chiarezza sul caso, dal fumo alle tende rosse, dai gufi ai personaggi sempre più stravaganti fino alla città di Minami-Atami che nasconde più di quello che la superficie lascia intendere. L’occhio strizzato ai fan di Lynch è però filtrato dallo sguardo di Miki Satoshi. Laddove Twin Peaks moderava gli elementi più grotteschi e surreali per fare spazio ad una narrazione sfilacciata e con troppe concessioni alla soap opera, Atami no Sousakan non si distrae e non si tira indietro. Miki si prende tutto il tempo necessario per confondere lo spettatore con personaggi e situazioni che indicano percorsi infiniti dove potrebbero portare le indagini. A volte portano a un nuovo tassello del puzzle, altre sono una strada chiusa. Ogni episodio contiene pochi indizi sulla soluzione del mistero, tanto che i due investigatori, Hoshizaki Kenzo in particolare, traggono le loro deduzioni da ragionamenti spesso oscuri a chi guarda. L’assurdo annidato nella quotidianità qui è solo l’inizio. Sempre a differenza di Lynch, Miki Satoshi tiene il dramma in secondo piano, con lacrime e momenti di dolore per le vittime stemperati da umorismo nero mai volgare e fuori luogo. I siparietti comici della poliziotta Katasura Mitsuko (interpretata dalla bravissima Fuse Eri, vista anche in Cutie Honey The Live) arrivano puntualmente a bilanciare i momenti più tetri, per non parlare degli yakuza dementi e della loro incompetenza. Tuttavia, la scena se la ruba quasi tutta Odagiri Joe, attore feticcio di Miki, con il suo Hoshizaki Kenzo. Protagonista indiscusso di Atami no Sousakan, Kenzo è impettito, calmo e paziente, calcola ogni gesto e misura ogni parola. In tutto e per tutto pare scimmiottare il Dale Cooper di Kyle Maclachlan. La differenza in questo caso la fa Odagiri, sempre in bilico fra professionalità e facezie, proprio come Miki quando alterna umorismo e tensione. Kenzo esegue il suo lavoro di investigatore con espressione buffa, come non si prendesse mai sul serio. È l’unico che al termine di ciascun episodio pare avere le idee chiare sul mistero delle ragazze scomparse, eppure le conclusioni che trae dai suoi ragionamenti sembrano affidate al caso. Un personaggio adorabile, ambiguo, sfaccettato, insomma puro Miki Satoshi.
Atami no Sousakan è un po’ una summa dei classici elementi a cui Miki ci ha abituato con le sue opere: demenzialità, formazione e trasformazione di caratteri, feroce satira della società giapponese, imprevedibilità. Miki confeziona un prodotto intelligente, che diverte e sorprende incollando alla televisione. Se mai ce ne fosse ancora bisogno, un’altra conferma del suo grande talento.

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