Audition

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auditionCon Audition il pubblico internazionale scopre il cinema di Miike Takashi e come primo incontro non poteva essere più traumatico. Il film (il trentacinquesimo di Miike come regista) colpisce allo stomaco il pubblico dei Festival, suscitando reazioni diametralmente opposte: chi urla al capolavoro, chi liquida il film come mera exploitation, chi lo accusa di misoginia e chi ne plaude il sottotesto femminista. Il polverone, come spesso succede in questi casi, giova a Miike che per la prima volta nella sua carriera vede un suo film distribuito fuori dal Giappone. Ciò che è successo dopo ormai è storia.
Sono passati ormai parecchi anni ed è sorprendente constatare come Audition abbia conservato intatta tutta la sua forza e la sua carica disturbante. Rivisto oggi ci si rende conto che il valore della pellicola non risiede solo nella violentissima parte finale alla quale deve la sua fama.

Tratto da un romanzo di Ryù Murakami (noto in occidente per Tokyo Decadence) Audition racconta la storia di Aoyama (Ryo Ishibashi), un uomo di mezza età, vedovo da anni e con un figlio adolescente a carico. Nonostante un lavoro soddisfacente e un ottimo rapporto con il figlio, Aoyama sente il peso della solitudine e il bisogno di avere di nuovo una donna nella sua vita ma al tempo stesso è incapace di trovare quella giusta. Allora un suo amico produttore cinematografico gli propone una soluzione abbastanza bizzarra: organizzare una finta audizione per scegliere la protagonista di un film, in modo che Aoyama possa trovare la donna dei suoi sogni tra le candidate che si presenteranno. Dapprima esitante, Aoyoama infine accetta l’idea dell’amico. Tra le candidate una sembra stregare Aoyama: si tratta di Asami, una ragazza di ventiquattro anni, ex ballerina classica. Dopo una breve frequentazione con la ragazza Aoyama è ormai innamorato pazzo e decide di trascorrere un fine settimana di vacanza con lei per dichiararsi. Ma la mattina dopo la prima notte insieme, Asami sparisce. Aoyama si mette sulle sue tracce, realizzando però di non sapere nulla sulla donna che ama. Più indaga sul suo passato e sulla scia di sangue che si è lasciata dietro, più diventa evidente che lei è qualcosa di ben diverso da quel che Aoyama credeva, qualcosa che arriverà a mettere in pericolo la sua stessa vita.

Se nel successivo Visitor Q la violenza è usata come metafora dei rapporti malati che si instaurano in un nucleo famigliare in crisi, in Audition la medesima operazione viene compiuta sui rapporti di coppia. Una tematica non nuova al cinema giapponese, così come quella della solitudine cronica che affligge la società contemporanea. Aoyama e Asami, nonostante abbiano vissuti differenti, sono in un certo senso anime gemelle: entrambi sono soli e con un bisogno estremo di avere qualcuno accanto, un bisogno che però li porta ad ingannare e illudere l’altro per assicurarsene l’amore; Aoyama con la finta audizione, Asami con le bugie sul suo conto. Nonostante l’età, i due si approcciano all’altro in maniera infantile ed egocentrica, cosa che per Asami è doppiamente vera, visto che interiormente è rimasta la bambina abusata e maltrattata di un tempo, e sarà proprio la sua paura di perdere Aoyama a far degenerare la situazione.
Audition in un certo senso è inafferrabile e proteiforme come la sua protagonista. Inizia con incipit da commedia romantica, spargendo qua e là piccoli segnali di allarme, per poi trasformarsi in una sorta di incubo con echi di Lynch e che anticipa gli eccessi (un po’ più grezzi) di Sion Sono, un incubo popolato da figure inquietanti, in cui realtà, immaginazione, passato, presente (e qualche spiraglio di futuro) si fondono. Questa divisione del film in due parti distinte potrebbe sembrare a prima vista gratuita ma un’analisi più attenta ne fa comprendere le motivazioni: nella prima parte il focus della storia è centrato su Aoyama e il suo tentativo di rifarsi una vita, mentre nella seconda l’attenzione si sposta su Asami, o meglio sul tentativo di Aoyama di capire chi sia lei veramente, tentativo che lo costringe ad entrare nel mondo fatto di follia e sofferenza in cui la ragazza vive. La regia muta di conseguenza, e in contrasto con la regia sobria e la fotografia naturalistica della prima parte, la seconda è dominata da luci innaturali, trovate surreali e soluzioni quasi espressioniste, che culminano nella scena dell’incubo di Aoyama, una delle sequenze più inquietanti del film.
Il violento epilogo, con la tortura che Asami infligge a Aoyama, è quasi un estremo tentativo di rompere la coltre di falsità che i due hanno posto tra loro, perché come dice Asami , “le parole mentono, del dolore ti puoi fidare”. La violenza a tratti insopportabile della scena, è resa da Miike con un uso magistrale del sonoro, con una sapiente selezione tra cosa mostrare e cosa lasciare all’immaginazione, dimostrando che la bassa macelleria o la singola trovata disgustosa non bastano a colpire lo spettatore se non sono sorrette da una perfetta conoscenza dei meccanismi del cinema. Una lezione che molti registi contemporanei dovrebbero conoscre a memoria (compresi quelli che sbandierano Miike come santino).
Audition è un film che vale la pena riscoprire, non tanto perché poco visto ma piuttosto per apprezzarne zone e aspetti messi troppo spesso in ombra dai lati più “estremi” della pellicola. Perché prima ancora che un film “estremo”, Audition è un gran pezzo di cinema.

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