B420

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b420Il Far East Film Festival targato Hong Kong non si smentisce mai.
Esattamente come accaduto l’anno precedente con Crazy’n the City di James Yuen, l’ex colonia inglese mostra la sua vitalità con un piccolo film sconosciuto ai più e proiettato un pò in sordina, ma che ha comunque riscosso un sincero apprezzamento da parte di quei pochi volenterosi che si trovavano in sala alle 9.30 del mattino. Vedere un film come B420 (da leggere “before 20”, cioè “prima dei 20 anni”) è come sciacquarsi il viso con l’acqua fresca: rimani spiazzato per il tempo di un battito di ciglio e poi torni alla dura realtà e pensi: ma perchè in Italia non si è in grado di realizzare un film così? Perchè buona parte del nostro cinema è stantìo, autocelebrante (nonchè incapace di coinvolgere & appassionare), mentre dall’altro capo del mondo è uno dei mezzi più veri e sinceri per trasmettere emozioni e riflessioni?

Sappiamo che anche le nostre parole possono apparire obsolete…dopotutto la questione è vecchia e non è solo lamentandosi che si risolvono le cose…però davvero si rimane basiti di fronte alla semplicità e genuinità con cui questi giovani filmakers hongkonghesi utilizzano il mezzo filmico per raccontare le loro storie. E bastano poche inquadrature di B420 per portare lo spettatore “in scena” e renderlo partecipe dell’inusuale (ma per niente banale) triangolo di amore/amicizia che trova coinvolti Koey (Miki Yeung), giovane e spigliata ragazza dalla vita un pò complicata (vive con la simpatica nonna, lavora in un negozio invece che andare a scuola e non ha amiche se non una fantomatica “Jenny” conosciuta in chat e alla quale confida tutto), Willy (Sam Lee) ex campione di moto che ora si riduce a fare il venditore ambulante di dvd pirata e che non riesce a scrollarsi di dosso il pensiero della morte della sua ragazza e Simon (Ben Hung), solitario e timido, costantemente preso in giro per la sua, pur velata, femminilità e segretamente innamorato di Koey fin da quando, bambino, frequentavano la stessa scuola di ballo e lui la osservava di nascosto sperando in un’amicizia mai avvenuta.

3 personaggi, 3 storie che s’intrecciano senza facile didascalismo complice una sceneggiatura (dello stesso regista) che in soli 88 minuti è capace di tratteggiare con cura il carattere dei protagonisti e dei comprimari, le loro speranze, ambizioni, desideri, paure ed a toccare (seppur in maniera meno incisiva) tematiche delicate come il saper e il poter vivere da disabile (una vecchia compagna di classe di Koey infatti, dopo un tragico scherzo fatto ai danni di un poliziotto, si trova ora a vivere su una sedia a rotelle), o il sopportare la scomparsa di una persona cara (significativa e toccante la scena del pianto alla sala giochi….unico posto in cui poter abbassare la guardia, tornare bambini e sfogare i propri sentimenti). Da notare la scelta, ormai sempre più frequente nei giovani filmaker di Hong Kong (vedi anche l’altro hongkonghese a Udine, l’interessante Isabella di Pang Ho-cheung, che condivide con questo film anche il curioso esercizio del “rompibottiglie”, qui pure in versione “didattica”), di ambientare il film a Macao… quasi a volersi staccare dall’ormai (de)saturata location di mille avventure per inoltrarsi in un mondo nuovo, pieno di colori e di emozioni forti, ma allo stesso tempo intriso di una maliconia e di un amarezza che pervadono questi film e che li rendono in qualche modo speciali. Un film che inizia “di corsa” (come Bullets over Summer di Wilson Yip), prosegue come una commedia generazionale vivace, frizzante, ritmata ma mai superficiale (in certi momenti mi ha ricordato il bel Love is not a Game but a Joke di Riley Ip) per poi concludere i giochi come solo il miglior cinema di Hong Kong sa fare. Una bella sorpresa e un regista da tenere d’occhio.

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