Baahubali: The Beginning

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Anno di record per il cinema asiatico. Botteghini esplosi in Cina con primati internazionali, nuovi record locali in Corea e  in India. Baahubali è il maggiore incasso di sempre per il cinema indiano e il terzo film indiano per incassi internazionali. Ha segnato un record nella versione doppiata in hindi ed è il maggiore film telegu della storia.
Ma cos’è Baahubali? E’ una saga epica in due parti (la seconda e ultima, Baahubali: The Conclusion, uscirà nel 2017) che ha ottenuto i citati risultati lavorando sulla qualità. Non parliamo di un blockbuster ruffiano e meccanico, ma di un vero e proprio colossal nell’accezione epica più pura. Non è un film che punta (solo) all’accumulo e all’eccesso come il 95% dei blockbuster internazionali, ma è un film che usa tutte le proprie armi (certo, incluse tonnellate di effetti digitali) per raccontare bene una storia accattivante di onesto e intelligente intrattenimento e lo fa con il piglio e il grandeur proprio dei colossal del passato, di Ben-Hur (William Wyler, 1059), de I Dieci Comandamenti (Cecil B. DeMille, 1956), dei peplum gloriosi, di un cinema il cui primo fine era una narrazione forte supportata da un servizio lussuoso per l’occhio. Così fa Baahubali; non è solo azione, non sono solo effetti ma è principalmente epica, un’epica mastodontica, palpabile, afferrabile, emozionante. Non vedevamo un utilizzo dell’epica con tale intensità da molti anni. E gioca con i temi immortali del grande romanzo di avventura in costume, della grande tragedia, dei grandi classici; l’amore, il tradimento, lo scontro fratricida, re e regni, imperi ed eserciti, mito e mitologia, legami di sangue e sfide da superare, vendetta e predestinazione. Non è un fantasy, non ci sono creature, elfi e nani, ma si muove vicino a quei lidi narrando di guerrieri potenti e di missioni scritte nel/col sangue.

Una tribù che vive lungo un fiume un giorno trova un neonato (tenuto dalla mano di un cadavere trascinato dalle acque) e una donna senza figli decide di adottarlo. E questo fin da bambino tenterà l’impossibile scalata di una imponente montagna coperta da un’impetuosa cascata, sulla cui sommità si trova il regno da cui era arrivato. Un giorno riesce nell’impresa e entra in contatto con un gruppo di ribelli che cercano di liberare una donna tenuta prigioniera dal tiranno locale. Il ragazzo sentendo una incontenible spinta violenta dettata dalla predestinazione libera la donna e uccide il figlio del tiranno. In questo momento l’uomo vuole capire le sue origini e perché il sangue ribolla così furiosamente nelle sue vene. Inizia così un flashback che narra le vicende di suo padre e che occupa la seconda parte del film.

Straordinario intrattenimento sulla lunga durata, musiche sopra le righe atte a sottolineare le gesta degli eroi insieme a ralenti sfacciati e al turbinare degli elementi. Attori bravi e tutti in ruolo, effetti digitali discontinui (prodotti da decine di diverse agenzie sparse per mezzo mondo) ma acutissimi nel loro utilizzo naif e una cura dell’immagine e dell’inquadratura a tratti di altissima rilevanza visiva e poetica. Sembra quasi di osservare davvero un quadro o un fumetto in movimento e le immagini sono così affascinanti e dinamiche da provocare una altissima gratifica percettiva. La scalata alla montagna, carica di colori saturi e silhouette è deliziosa e il numero elevato di totali e inquadrature larghe dona un senso di grandeur frastornante sempre più raro al cinema. Un cinema contemporaneo sempre più a misura di smartphone e quindi sempre più saturo di primi piani e avaro di campi larghi.
Il regista dietro questa opera è S. S. Rajamouli, autore che avevamo già amato alla follia con il precedente Eega e che si riconferma come uno dei migliori autori di cinema di intrattenimento su scala internazionale. Fuori dal blockbuster più d’autore (come può essere quello di Tsui Hark o di Stephen Chow) Baahubali si rivela probabilmente come l’unico colossal che valga davvero la pena vedere, e uno dei titoli con il migliore utilizzo dell’epica da parecchi anni a questa parte. Fin dai titoli di testa e dall’elevarsi del logo del film in una maniera così sfacciatamente epica da esaltare e catapultare lo spettatore immediatamente nel clima teso e fuori scala che lo accompagnerà per le successive due ore e mezza.

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