Backwater

Voto dell'autore: 3/5
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BackwaterAmbientato nel 1988 e non è un caso. E` un anno importante nella storia giapponese visto che è l’ultimo dell’era Showa. L’imperatore Hirohito sarebbe morto a Gennaio del 1989, portando con sé l’era che più ha ferito e lacerato la nazione dai tempi in cui aprì i patri confini al resto del mondo. Il nazionalismo, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, l’occupazione americana e lui era sempre lì. E’ «lui» che deve qualcosa a Kimiko visto che per la «sua» guerra ha perso una mano. Priva del timore reverenziale di ragazza degli anni ’50 in cui ha vissuto ad un certo punto del film evita di pronunciarne il nome, ma egualmente evita di usare tutti gli onorifici che di regola dovrebbero essere usati riferendosi all’imperatore, prendendosi una sorta di rivincita.

La storia vera del film però non riguarda la spavalda Kimiko, interpretata dalla bravissima veterana Tanaka Yuko, ma suo figlio, che ha proprio 17 anni all’alba di questo passaggio epocale. Il traumatico passaggio tra generazioni è quindi anche un passaggio tra diverse ere. Quel che fa soffrire Toma è proprio ritrovarsi in bilico tra un modo di intendere la vita proprio dei genitori e quello che prelude ad una nuova era. A dirla tutta quello dei genitori non è granché, visto che il padre è un essere spregevole a cui piace picchiare le donne durante l’asso sessuale e da cui Kimiko è scappata lasciandosi dietro il pargolo. Scappata poi si fa per dire, visto che è semplicemente tornata a gestire la sua attività di pescivendola, che si trova a distanza di passi da casa del marito.

D’altra parte Kawabe, città di provincia in cui scorre un inquinato e sterile fiumiciattolo, non permette di allontanarsi più di tanto ai suoi abitanti. Il titolo anglofono Backwater fa proprio riferimento ad un posto isolato dove l’acqua ristagna, sebbene un’oasi non si possa proprio definire il posto. Gioca forse con quel mono no aware, il sentimento delle cose, che tanti occidentali ha fatto innamorare del cinema orientale, ovvero quel sentimento di ciclicità della vita, la consapevolezza che essa scorra spesso futilmente e che certamente la condanna a vivere in un posto isolato e tranquillo si porta dietro. La verità è che sarebbe stato più adatto il titolo originale dove si fa riferimento esplicito al divorarsi a vicenda, sia metaforicamente che sessualmente, con un kanji che denota fortemente la dipendenza delle persone l’una dall’altra. L’oscillazione di Toma tra la vecchia e violenta società patriarcale giapponese e una nuova era può essere di fatto risolta solo col sangue. Per questo la staticità dell’aware che i registi della stessa generazione di Aoyama Shinji avevano riportato in auge, viene spesso rotta da un evento ex-abrupto, come da forme ormai canoniche per il cinema nipponico.

Sangue ne scorrerà come si intuisce dal primo minuto. Serve in teoria a chiudere l’era precedente e iniziarne una nuova. Per questo Toma fugge nella grande città nel finale e raggiunge Kotoko, altra ex-compagna del padre in fuga dopo essere rimasta incinta, ma mentre sta per farci l’amore un calcio del bambino interrompe l’atto. E’ già la nuova generazione che avanza, un bambino che molto probabilmente nascerà nell’era successiva. Forse è questa riflessione che spinge Toma a tornare alla staticità di Kawabe, per ritrovare Chigusa e il negozio della madre. Non riuscire a sottrarsi a quel ciclo della vita è la condanna a cui lo hanno sottoposto mettendolo al mondo. Almeno così sembrerebbe. Almeno questo è quanto passa la pellicola che presentata al Festival del Cinema di Locarno 2013 ha ricevuto un discreto successo. Penetra spesso nelle maglie delle nostre difese da occidentali questo modo di fare cinema, ma l’unica vera perplessità è che sembra davvero un film di un ventennio precedente, se non ancora più vecchio. Bello sì. Servirà da lancio al giovane e bel protagonista Suda Masaki, in una carriera più elevata rispetto alle serie televisive a cui ha preso parte, ma davvero questa sensazione di staticità di certo cinema giapponese sembra esser durata un po’ troppo. Sembra una scelta simile a quella del protagonista quella del regista, dato che dopo una lunga carriera decide di rifugiarsi nella gabbia dorata di certo cinema.

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