Cani Sciolti

Voto dell'autore: 3/5
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Viste le premesse promozionali non ci aspettavamo in effetti un film così scemo. Ma la scemenza interna ci lancia -as usual- verso altre direzioni. In questo lungo percorso ormai che ha normalizzato il grande cinema di Hong Kong popolare fondendolo lentamente con quello cinese, con alterne fortune e rese qualitative, si sono visti spesso film che volevano evocare il passato riproponendo stilemi e stili in formato ricco e delux; spesso fallendo, quasi sempre risultando freddi e di maniera, sempre alla ricerca di un vecchio pubblico fidelizzato solitamente deluso delle operazioni proposte. I nuovi Sex & Zen in 3D, i tentativi di revival del CATIII (Gong Tau), i nuovi wuxia e kung fu movie patinati. Questo film, invece, ci rimanda direttamente alle vecchie commedie poliziesche degli anni ’80, quelle ancora non intaccate dalla potenza degli autori della nouvelle vague locale e quindi mediamente scialbe se non nobilizzate da alcuni elementi di volta in volta variabili. Le commedie della Magnum prodotte da Danny Lee ad esempio. Cosa ci porta lì? La base esile e disimpegnata, gli attori e la loro direzione. Per citare alcuni elementi esplicativi, nelle commedie della Magnum spesso era presente lo Stephen Chow degli esordi; qui troviamo Wen Zhang, sorta di doppio del comico hongkonghese già protagonista del Journey to the West di Chow. E poi Michelle Chen Yan-Si, il cui ruolo e la recitazione rimandano alle pose della Sandra NG comica del periodo. Ma ci troviamo ormai in un film in cui sgorgano i capitali incrociati mainlander e quindi tutto diviene gonfio e ricchissimo anche di fronte alla pochezza narrativa. E’ come un piccolo oggetto amatoriale costruito con tecnica delux. Il fatto è che però a monte del tutto non ci sono esordienti o tecnici improvvisati. Basti vedere che in mezzo al cast corale composto solo da attori ultranoti (Leung Kar-Yan, Alex Fong Lik-Sun, Bruce Leung Siu-Lung, Josie Ho Chiu-Yee, Jacky Wu Jing, Stephen Fung Tak-Lun e le decine di cameo noti) ci sia anche uno dei più pagati sulla piazza come Jet Li. Alle coreografie un veterano del calibro di Corey Yuen che può permettersi di sfogarsi come un tempo senza pensare a realismo e verosomiglianza; regala ottimo intrattenimento coreografico seppur non pulitissimo nell’esecuzione. La montatrice è Angie Lam On-Yee, un genio che ha una filmografia risplendente di classici e capolavori. Alla fine il nome meno noto è proprio quello del regista.

Della storia resta poco, un’indagine di polizia su dei delitti in cui gli uomini uccisi vengono trovati con un perturbante sorriso stampato in faccia.

Il resto è l’interazione tra i personaggi; quello di Jet Li si chiama Wong Fei-hung (il protagonista della saga di Once Upon a Time in China e di un centinaio di film) con tanto di musica dedicata che accompagna le sue gesta, giochino a cui eravamo abituati e che non vedevamo più da anni usato con tanta sfacciataggine. Forse il senso del film è riassunto tutto nei titoli di testa che lasciano a bocca aperta; una pistola spara letteralmente i personaggi del film a mò di proiettili che sfrecciano lungo lo schermo con i credits accanto; idiozia e insieme ricchezza della computer graphics. Come allora, il film non c’è ma diverte pienamente con gli stessi trucchi di un tempo con citazioni, autocitazioni, autoreferenzialità; in una sequenza si parla della pirateria audiovisiva e un poliziotto dice al personaggio interpretato da Jet Li che uno dei film più diffusi è Flying Swords of Dragon Gate. E poi gli sbotta addosso “sono sicuro di averti già visto a te!” (Jet Li era il protagonista del film citato). In cerca di una serata disimpegnata o per fan nostalgici di un tempo, Badges of Fury può essere visione piacevole e refrigerante.

 
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