Battle Heater

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

Battle HeaterConoscendo sommariamente il  regista ci si può fare un’idea di una persona sobria, dotata, e che difficilmente riesce a costruire un film come ingranaggio perfettamente oleato anche se quasi sempre molto intrigante. Guardando per un attimo indietro osserviamo la sua carriera sferzata da parecchi film noti e assolutamente interessanti ma che raramente gli hanno portato la risonanza adeguata e che soprattutto mostrano una seriosità intrinseca nella messa in scena della narrazione. A partire dal catastrofico Dragon Head (2003), tratto da un robusto e sconvolgente manga di Minetaro Mochizuki, il suo colossal ad alto budget e ad alto tasso di digitale. Andando indietro troviamo il bizzarro Another Heaven (2000), riuscito horror ibridato da surreali sequenze action di stampo fumettistico, piacevole esperienza filmica d’avanguardia che ha generato anche una serie TV. Poi Rasen (1998), lo sfortunato sequel di Ring fedele al romanzo ma offuscato dal successivo sequel “ufficiale” ad opera di Nakata. E poi altre serie TV, un film live tratto da Tokyo Babylon 1999 (1993), un episodio (uno dei migliori) del film collettivo Jam Films (2002) e come esordio nel lungometraggio questo Battle Heater (1989). Prima si era cimentato con corto e mediometraggi girati in super8 e autoprodotti, Kyukei (1980), Dead Flowers (1982) e poi il primo lavoro ufficiale in 16mm, Cyclops per la durata di 52’. Il debutto nel lungometraggio è, come già detto, questo Battle Heater ed è difficile credere che il geniale e folle regista di quest’opera prima sia lo stesso dei composti film successivi.

Il “kotatsu” del titolo originale è quel tipico tavolo giapponese basso presente in moltissimi film, che tiene sotto di sé una grata elettrica; una volta posto un piumone sopra al tavolo la parte inferiore si riempie di calore diffuso e funge da “scaldino” per i periodi invernali. Il protagonista di questo film è un kotatsu posseduto e affamato. Liberato dallo stato di quiete dal protagonista Papparaa Kawai (Koike Michio, del gruppo musicale Bakufuu Slump, autori della OST del film) che toglie un sigillo ad esso fissato, inizia ad accumulare elettricità e ad assumere una forma organica, lo spinotto inizia a strisciare e a cacciare prese di corrente come un cobra, delle fauci cosparse di acuminate zanne spuntano sotto il piano e svolazzando in giro per un vecchio palazzo inizia a sbranarne gli inquilini. Nulla può un monaco esorcista di passaggio che intuisce la pericolosità dell’oggetto; il titolo di testa del film cadendo dal cielo schiaccia l’uomo facendolo finire in ospedale con fratture multiple. E non è che l’inizio del delirio. Gli abitanti del condominio sono dei classici casi umani; una coppia che deve sbarazzarsi di mezzo cadavere frullandone piccoli pezzi e gettandoli nello scarico del bagno fino ad intasarne le tubature. Due pittoreschi anziani, il protagonista e un gruppo di rockers che vogliono rubare la ragazza di Papparaa. Fortunatamente l’amico di Papparaa è un uomo devoto al Dio dell’elettricità, raccoglie elettrodomestici abbandonati e li rimette in piedi. Sarà lui a modellare uno strambo esoscheletro elettronico alla Aliens – Scontro Finale per combattere il kotatsu giunto al suo ultimo stadio di mostruosa crescita finale.

Dopo l’old horror e prima del new horror il Giappone produceva spesso  film ludici e pop, farciti di effettacci kawaii e di un sostenuto senso del grottesco, spesso realizzati da registi che si sarebbero anche fatti valere successivamente nel campo del new horror; viene in mente oltre a questo film, Sweet Home di Kiyoshi Kurosawa o World Apartment Horror di Katsushiro Otomo, film molto simili come ambientazioni o estetica dell’orrore evocato, figliocci abortiti del classico orrore surreale House di Obayashi. Battle Heater si snoda sinuoso alternando un’ironia cinica e nerissima, sequenze gore ludiche e continue invenzioni narrative, intrattenendo lo spettatore con una comicità sofisticata e visionaria. Irresistibile e a tratti geniale; il protagonista che ha inciso in fronte il sigillo (per un motivo abbastanza illogico, il tavolo in questione gli era saltato in fronte stampandogli il sigillo sulle carni) si mette a prendere a capocciate il kotatsu per esorcizzarlo, arti mozzati vengono dispersi per il condominio e scambiati per altri dalla coppia criminale, una stramba sessione di corteggiamento si trasforma in uno scatenato concerto rock di fronte a un centinaio di bambine in lacrime convinte di essere ad una festa di addio ad un professore. Un vortice inarrestabile di follia, ironia, irriverenza. Assolutamente coinvolgente e piacevole, splendidamente confezionato, utile per mostrare un’altra faccia, quella più smaccatamente ludica, del regista. La regia è anomala ma sotto controllo, ed è fasciata da una fotografia ricercata e satura di cromatismi netti ed eccessivi. Il cast annovera tutti i membri del gruppo Bakufu Slump, incluso il protagonista e, soprattutto, un giovane Kishitani Goro che ricordiamo con piacere come lo yakuza tossicodipendente del Graveyard of Honour di Miike e Emoto Akira noto attore giapponese (Zatoichi, Yokai Daisenso).

CONDIVIDI: