Battles Without Honor and Humanity

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Battles_Without_Honor_and_Humanity1946-1955, Kure
Un segnale si coglie quasi all’inizio. Durante la cerimonia di assunzione delle nuove reclute all’interno della famiglia Yamamori, il boss dice “abbiamo semplificato la cerimonia per adattarla alle usanze attuali”. Già ad inizio film vi è un incrinatura del sistema, un primo scivolare via dell’onore e dell’umanità. In questo momento è solo un indizio, è più un’entità che aleggia ma non si palesa. E il film, prima parte della saga, tra le sue decine di storie, personaggi, carne da macello, eroi e vigliacchi non fa altro che rappresentare un sistema già scomparso senza però un’ammissione oggettiva e il suo piegarsi lento e continuo fino all’esplosione caledoiscopica finale in cui la maturità unita al disincanto del protagonista, Shozo Hirono (Bunta Sugawara) chiuderà la prima sezione della storia in modo del tutto interiore, quasi a sottrarre e con una consapevolezza magistrale. Il regista non si lascia andare alla facile messa in scena di vendette e elementari sequenze d’azione ma lascia che il suo cicerone, Hirono, ideale voce narrante del film, palesi la sua maturità e rimetta le cose a posto trattenendo quelle briciole di codice d’onore di cui era stato l’unico (insieme al suo fratello di sangue della famiglia rivale Doi, logicamente abbattuto prima della fine del film) portatore sano. Hirono è l’unico personaggio ad andare volontariamente per ben due volte in prigione in nome del suo boss, è l’unico a tagliarsi il mignolo in segno di rispetto, l’unico sul finale a far valere l’onore del compagno morto, senza bagni di sangue o vendette sanguinarie, semplicemente devastando tutta la scenografia funeraria che il boss, responsabile della morte dell’amico, aveva ipocritamente allestito.  E anche la morte del suo compagno, autosacrificatosi, quasi suicida una volta consapevole della propria corruzione (come risvegliato da un sogno durato troppo a lungo) è glaciale; ucciso a colpi di arma da fuoco all’interno di un negozio di giocattoli mentre comprava un gioco per il figlio e crollando in un fiume di sangue tra i mille colori dei balocchi, in netto contrasto cromatico che mescola, come in un crogiolo, il nero della morte, il rosso del sangue e la follia pop del negozio.
Raccontare la storia è un’impresa che ha anche poco senso e che non rende giustizia al lavoro del regista. Se l’intera saga (stiamo parlando dei primi 5 episodi) copre circa 25 anni (1946-1970), in questo primo capitolo viene raccontato quasi un decennio, dal 1946 al 1955, tra Kure e Hiroshima.

In un Giappone post bellico avvolto nel caos, in sequenze di massa che sembrano spu(n)tate fuori dall’inferno di Dorè, mentre soldati americani stuprano le ragazze locali, la gente cerca di salvare la giornata in ogni modo più o meno lecito e i giovani tornati dalla guerra sono gonfi di rabbia per la sconfitta. Hirono finisce in prigione dopo aver ucciso uno yakuza. All’interno diventerà fratello di sangue di un uomo di una famiglia rivale Hiroshi Wakasugi (Tatsuo Umemiya) che più tardi passerà alla gang Yamamori. Uscito di prigione passerà poco tempo affinché Hirono non si faccia mettere dentro di nuovo in onore del proprio boss che gli promette, senza mantenere, alla propria uscita tutti i suoi beni. Mentre è dentro, fuori è il caos. La yakuza si infila nel traffico di droga, il boss dimostra tutti i propri limiti facendo nascere il malcontento e delle ribellioni in seno alla famiglia, mentre una lotta con la rivale Doi terminerà nel sangue e nell’estinzione della stessa famiglia. Una volta uscito Hirono dovrà suo malgrado subire un totale disincanto. Wakasugi è stato ucciso, il suo boss, Yoshio Yamamori (Nobuo Kaneko) gli ordina di uccidere l’amico Tetsuya Sakai (l’attore feticcio di Fukasaku, Hiroki Matsukata) che a sua volta ha avuto un figlio dalla donna di Wakasugi. La maturazione di Hiroshi non è accennata ma palesata, infrange il bicchierino di ceramica da cui hanno bevuto sakè durante la cerimonia dell’ingresso nella famiglia e che ognuno ha conservato come simbolo.

Fukasaku vive di contrasti e di passioni, fonde sangue e ironia, dramma a melodramma con una maestria registica invidiabile. In una splendida sequenza gli uomini del boss parlano al suo cospetto. Il boss è al centro dell’inquadratura di spalle ai suoi uomini che si agitano sullo sfondo mentre lui con la solita faccia corrucciata, quasi caricaturale, guarda in macchina quasi interrogando lo spettatore sul da farsi.
Il fermo immagine viene utilizzato spesso, non ancora così invadente come in altri film ma sempre con una tendenza narrativa, mentre ad ogni omicidio, il nome del personaggio e la data appaiono in sovrimpressione come in futuro in Battle Royale (e nella maggior parte dei film del regista).
Dopo un’ora e mezza di film la scritta fine chiude quest’opera immensa, dopo aver introdotto personaggi, contesto ed eventi. Si chiude il film con un certo amaro in bocca, e con l’animo strapazzato a sangue. Il secondo capitolo, Battles Without Honor and Humanity: Deadly Fight in Hiroshima giunge in soccorso dello spettatore.

 
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