Beautiful Boxer

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Beautiful BoxerUna delle tematiche più inflazionate nell’attuale panorama del cinema thailandese è senz’altro il transessualismo: spesso viene sfruttato per aprire discutibili parentesi comiche o per offrire al pubblico personaggi strambi o sopra le righe (si vedano i vari Pattaya Maniac e Goodman Town), altre volte invece ricopre un ruolo fondamentale nell’economia del racconto tanto da divenirne il tema portante (ne è un esempio l’imperdibile Saving Private Tootsie). The Beautiful Boxer, invece, segue un percorso parallelo avviatosi nel 2000 con The Iron Ladies ed affronta il tema del travestitismo e dell’ambiguità sessuale in relazione al mondo dello sport, raccontando la vera storia di uno dei personaggi più controversi dell’ambiente sportivo thailandese: Nong Toom, abile lottatore di muay thai, che ha sacrificato una promettente carriera per inseguire il sogno di diventare donna.

Ma se in The Iron Ladies la componente comica era praticamente fondamentale, nel film di Ekachai Uekrongtham non c’è quasi spazio per la risata: l’impostazione è quella del più classico tra i biopic, narrato sottoforma di flasback dalla protagonista stessa durante un’intervista con un giornalista straniero. La struggente storia di Nong Toom viene così proposta al pubblico come una vera e propria lotta, quasi a vedere la sua scelta di combattere come una nemmeno troppo complessa metafora del lottare per essere (o per diventare, in questo caso) sé stessi. Ed è proprio questa la principale pecca di Beautiful Boxer: una vita curiosa ed affascinante raccontata però con un didascalismo di fondo fin troppo marcato, un eccesso di sensibilità che nella parte finale del film viene sottolineato in maniera così palese tanto da scadere nella retorica più spinta. E la cosa non può che far storcere il naso, considerato il potenziale di un personaggio come Nong Toom: con un po’ di coraggio in più si sarebbero potuti approfondire in modo molto più interessante certi aspetti della sua vita che, al contrario, sono rimasti oscuri. E’ riduttivo limitarsi a rappresentare il disagio dato dalla sua situazione tramite una serie di scherzi e di vessazioni subite durante l’adolescenza, così come è fin troppo facile saltare a piè pari la sfera puramente sessuale dell’individuo quasi ad evitare di toccare temi eccessivamente scomodi (e che mai come in questo caso avrebbero meritato di stare in primissimo piano). C’è tutta l’impressione che non si tratti d’altro che di compromessi ai quali è stato necessario sottostare per un’eventuale – e si suppone ampiamente pianificata – esportazione massificata. C’è di buono che la pellicola scorre via senza grossi intoppi e che la fattura del tutto sia da manuale: regia, musiche, montaggio e fotografia seguono passo dopo passo il bignami hollywoodiano per la realizzazione del perfetto biopic, senza dimenticarsi dei meriti del cast e dell’ottima recitazione di ogni singolo attore. Un nome su tutti, Asanee Suwanas, che con la sua mimica e la sua espressività interpreta Nong Toom in maniera del tutto convincente.

Beautiful Boxer, dunque, non si può assolutamente considerare un brutto film. E’ semplicemente un prodotto globalizzato, cotto a puntino e servito caldo per un pubblico che non si ferma di certo a quello thailandese, insomma un vero e proprio blockbuster confezionato ad hoc per una platea internazionale. I meriti del film non si discutono, coinvolge ed emoziona al punto giusto… Ma è innegabile che la sensazione di ruffianeria di sottofondo sia così invadente che spesso risulta difficile passarci sopra. Poco più di un’occasione sprecata per quello che si può considerare al massimo come il Forrest Gump del popolo transgender.


Alcune foto di Nong Toom, l’atleta di cui il film racconta la storia:

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