Big Bang Love, Juvenile A

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Big Bang Love, Juvenile ADue giovani vengono arrestati nello stesso momento per due omicidi che non hanno nessuna relazione l’uno con l’altro. Jun è l’androgino barista di un locale gay, che dopo essere stato molestato da uno degli avventori lo trucida barbaramente, mentre Shiro è una furia umana, spietato e solitario, che non è la prima volta che si trova ad uccidere un essere umano. I due vengono imprigionati e costretti a condividere la stessa cella assieme ad altri giovani carcerati: è qui che si crea il forte e particolare legame tra Jun e Shiro, data anche la reticenza del secondo nel rapportarsi con le altre persone, e misterioso è il motivo del perchè Jun arrivi a strangolare a morte Shiro. La polizia comincia così ad indagare sull’omicidio, scoprendo risvolti inauditi…

Per quanto lo spettatore possa conoscere a menadito l’opera omnia del regista giapponese, è difficile non rimanere spiazzati ancora una volta davanti a questa sua ennesima fatica. Dopo l’incursione in territori da favola col sontuoso Yokai Daisenso e l’exploit horrorifico di Imprint, Miike torna dalle parti di un cinema che accantona accessibilità e conseguente appeal commerciale in favore di simbolismi e narrazione non lineare, con un cinema criptico e misterioso ma profondamente affascinante che prosegue sulla linea tracciata dal nichilistico Izo. Sotto la confezione da whodunit ambientato in prigione, si nascondono profonde riflessioni sui temi cari al regista giapponese: in primis, il passaggio dall’infanzia all’età adulta e relativa perdita dell’innocenza, ma anche i rapporti tra uomini, la ricerca della felicità e l’individuo senza radici. Nonostante il film sia tratto da un manga del famigerato Maki Hisao (realizzato assieme al fratello Kajiwara Ikki) e adattato per il grande schermo da Nakamura Masa, il pericolo di trovarsi davanti ad un film piatto e banale (come Silver o Bodyguard Kiba, ad esempio) è fortunatamente scongiurato: Miike deve aver preso a cuore questa vicenda di rapporti maschili, e raramente prima d’ora lo si era visto affondare le mani in maniera così profonda nell’animo umano. Il personaggio di Jun sembra fatto su misura per Matsuda Ryiuhei, così ambiguo, apparentemente fragile ed incapace di provare ogni tipo di emozione (e non è poi così lontano dal personaggio di Kano in Gohatto di Oshima o da quello di Kujo in Blue Spring di Toyoda) ma che nel profondo nasconde un intenso bisogno di protezione e affetto. Shiro (un magnifico Ando Masanobu) in compenso è capace di comunicare solo con l’aggressività e la forza, e quando non è intento a rompere il muso di chiunque gli si pari contro si chiude in un guscio impenetrabile. Il rapporto che si viene ad instaurare tra i due giovani, evidentemente destinati ad incrociare le loro vite (il fatto che siano giunti in carcere nello stesso momento) non può non far pensare a un qualcosa dalla forte connotazione omosessuale, se non fosse per il fatto che in questo caso manca la componente fisico/sessuale. Ciò viene persino esplicitato quando Jun, di fronte alla domanda che gli viene posta da un compagno di cella sul fatto se lui sia o meno gay, risponde dicendo di essere nauseato dal sesso, di qualsiasi tipo. Ma non occorrono didascalie per comprendere come il legame tra Shiro e Jun sia più simile a quello che può intercorrere tra padre e figlio, dove il primo – che ha già conosciuto la violenza del mondo degli adulti – sente di dovere proteggere il secondo dai pericoli circostanti, mentre Jun prova ammirazione e rispetto per questa figura che gli infonde sicurezza.

Jun si è trovato improvvisamente – suo malgrado? – davanti alla crudeltà e alla violenza del mondo adulto (e precisamente da quando ha compiuto il barbaro omicidio) e adesso è circondato dal caos, in preda alla confusione – stato d’animo caratteristico del passaggio tra adolescenza e maturità – quando ancora non si hanno le idee chiare su cosa si voglia fare nella vita. E’ altresì evidente come entrambi i personaggi si prestino ad incarnare la figura tipica dell’outcast miikiano, e di come la prigione sia perfetta nel rappresentare l’involucro atto a racchiudere questi personaggi che sono stati estirpati con la forza dai loro luoghi abituali. Il senso di claustrofobia e straniamento è palpabile in questo carcere angusto, buio e umido, un luogo le cui geometrie non si riescono a comprendere appieno, non si capisce come siano dislocati gli spazi, da dove provengano le luci, persino i colori, così saturi ed artificiali, danno l’impressione che non siano al posto giusto. Una prigione sospesa nel tempo e nello spazio, posta in mezzo ad un deserto e circondata da un recinto elettrificato: in lontananza si può solamente scorgere una colossale piramide maya e un razzo puntato verso il cielo, pronto a partire. Questo è ciò che vedono i due protagonisti dall’interno della prigione, attraverso fori, spiragli e finestre sbarrate che lasciano entrare la luce (che arriva diritta al cuore di Jun) ma che bloccano tutto il resto, compresa l’innocenza – una farfalla che si dissolve non appena entra nella prigione – che Jun ha lasciato all’esterno. E il luogo dove si trova il missile puntato verso lo spazio è quello che desidera raggiungere Shiro, per fuggire il più veloce possibile da tutto e da tutti, verso un luogo da cui non potrà più tornare indietro (la morte?) – tutto ciò in contrapposizione alla piramide, che è faticosa da risalire e non arriva a toccare il cielo, ma dalla quale si può, sempre faticosamente, scendere. Questi sono solo alcuni dei simboli di cui Big Bang Love, Juvenile A (ma è più azzeccato il titolo originale “4,6 miliardi di anni d’amore”) è disseminato, come il tatuaggio che compare e scompare dal corpo di Shiro rappresentante la viriltà, sorta di “testimone” lasciatogli dal padre, che compare in alcuni flashback, tra le scene più suggestive dell’opera. Nel mettere in scena questo dramma interiore, Miike opta per un impianto teatrale, vicino tanto a Dogville di Lars Von Trier che al Kammerspiel tedesco, con scenari minimali illuminati da semplici faretti, una sensazione rafforzata dalla suddivisione della vicenda in veri e propri atti, con tanto di didascalie introduttive: per chi scrive, una scelta azzeccata che permette di focalizzare maggiormente l’attenzione sui personaggi. Per godere appieno di questa esperienza miikiana, il consiglio è comunque quello di lasciarsi trasportare dalle emozioni piuttosto che cercare di razionalizzare, persino la linea temporale è frammentata – più precisamente non si avverte lo scorrere del tempo – e le vicende sembrano più seguire schemi ed associazioni mentali che una linea narrativa canonica. Certo è che Big Bang Love, Juvenile A non è il film più immediato del regista di Osaka, l’effetto spaesamento è dietro l’angolo – e talvolta riesce a colpire duro – ma rimane l’ennesimo, importante tassello della gargantuesca opera miikiana, che arrivati a questo punto pare spezzarsi sempre più in due macro gruppi: da un lato ci sono i film, diciamo, più commerciali (come Zebraman, The Call o Yokai Daisenso, per citarne alcuni dei più recenti), e dall’altro lavori come questo, che richiedono un ulteriore sforzo da parte dello spettatore per essere apprezzati nella loro totalità.

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