Big Man Japan

Voto dell'autore: 4/5
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Big Man JapanDove finisce la pallina da tennis lanciata in cielo da Clark Kent? Che fine fanno le ali e dove vanno a precipitare visto che Superman si adopera solo a salvare la fusoliera dell’aereo che ha perso il controllo? Perché quando Hulk muta in colosso colorato le sue vesti si stracciano ma le mutande azzurre rimangono magicamente incollate al pube, aumentando anch’esse di dimensione? Sospensione della credibilità, patto con lo spettatore, sono tutti i limiti e le marche semantiche di tanta “narrativa” supereroistica, riversata poi pedissequa nei vari cinecomics. E non c’è Miller che tenga, a nulla valgono universi alternativi, ibridazioni mutogene, crossover. Il film definitivo e assoluto sui supereroi (tanto giapponesi, quanto statunitensi), l’unico che va a sondare le crepe della (in)verosimiglianza narrativa di un archetipo ripetitivo arriva dal Sol Levante e si chiama Dai-Nipponjin. Com’è possibile e quale metodo utilizza l’autore per una rivoluzione copernicana del genere? La scelta è tanto geniale quanto logica; Big Man Japan è nientemeno che un documentario –o meglio, mockumentario- su un “kyodai hero” e la sua vita ripetitiva di tutti i giorni. Rigoroso, finanche noioso, il film si muove grazie a estenuanti interviste secche e placide, “immagini di repertorio del passato”, racconti del personaggio ad una troupe televisiva che lo segue continuamente, rimanendo spesso riflessa sulle superfici lucide della città, mimando efficacemente tutti gli elementi di una vera inchiesta televisiva.

La vita di tutti i giorni di Dai Sato è alquanto noiosa; la visita al padre malato, il divorzio alle spalle, l’agente che si lamenta del suo operato, gli sponsor che non pagano, la spesa, la solitudine, i mostri giganti che attaccano il Giappone che non sono più quelli di una volta. Poi il Dipartimento della Difesa chiama e annuncia l’avvento di un nuovo pittoresco kaiju distruttore in città (tipo quello che possiede le fattezze di una testa abnorme di Riki Takeuchi poggiata su una sola gamba muscolosa) e Dai si reca alla centrale elettrica, si spoglia, inforca una mutanda gigante tesa tra due piloni, viene irrorato di elettricità e aumenta esponenzialmente di dimensione, per poi partire alla volta della creatura di turno per prenderla a randellate. Il tutto con flemma e senza il minimo entusiasmo, con stanchezza e noia, dovendo fare attenzione durante gli scontri a non coprire con il corpo del mostro di turno i messaggi pubblicitari stampati sul proprio.

Entusiasmante e inventivo, il film vanta un ritmo del tutto personale e totalmente discrepante dal respiro epico e frenetico solitamente adottato dai vari cinecomics. Big Man Japan è scritto, prodotto e diretto da Matsumoto Hitoshi, mattatore assoluto della commedia giapponese qui al suo esordio nel lungometraggio e ha fatto parlare di sé ad ogni apparizione inaspettata ai veri festival internazionali, Cannes incluso.  Mentre in occidente l’approccio ad un realismo digitale forzato genera solitamente risultati cupi e catastrofici (Cloverfield, [Rec], The Blair Witch Project) in Giappone produce effetti esilaranti soprattutto nel campo della commedia (vedi il precedente Ski Jumping Pairs – Road to Torino). Un’esperienza viva e irresistibile.

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