Bird People in China

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Bird People in ChinaWada, dipendente di una azienda Giapponese, viene mandato in Cina dai suoi capi alla ricerca di una miniera di giada, in sostituzione di un suo collega che si e’ ammalato all’improvviso. Non appena arrivato in Cina questi fa conoscenza della guida Shen, un giapponese che conosce il cinese, e dello Yakuza Ujiie, che ha seguito Wada fin dal Giappone, e che deve assicurarsi che una parte dei profitti derivanti dalla miniera di giada entrino senza problemi nelle tasche della Yakuza. Dopo un viaggio non privo di difficolta’, tra furgoni scarcassati, zattere e lunghe camminate tra le montagne, i tre arrivano a destinazione, ovvero in un villaggio sperduto nel bel mezzo di una valle nei cui pressi si trova la minera di giada, e dove si dice che la gente del villaggio riesca a volare grazie agli insegnamenti di Yan, una giovane indigena. L’incontro con un tipo di cultura cosi’ differente non e’ dei piu’ facili, a causa anche del fatto che durante il viaggio Shen perde la memoria a causa di un colpo in testa e non si ricorda piu’ una parola di cinese. Ma ben presto il vero scopo del viaggio, ossia la ricerca della miniera di giada, viene messo da parte, dal momento che sia Wada che Ujiie rimangono profondamente affascinati sia dall’incredibile paesaggio che si trovano davanti agli occhi sia dalla serenita’ e pace interiore caratteristica degli abitanti del villaggio.

E cosi’ entrambi cominciano a cambiare e ad entrare in sintonia con il nuovo ambiente: Wada cerca di scoprire da dove derivi la presunta capacita’ di Yan di insegnare a volare, per poi scoprire che quest’ultima e’ la nipote di un aviere inglese che e’ precipitato col suo aereo diversi anni fa (la coda dell’aereo sbuca ancora dal lago nei pressi del villaggio), mentre Ujiie – che ha una sorta di illuminazione dopo un tremendo incubo dove viene barbaramente ucciso – si rende conto che la sua vita da Yakuza non ha piu’ senso di esistere in un posto come questo, quindi si trasforma letteralmente in un’altra persona, disposta anche ad atti di violenza pur di non far conoscere al mondo intero un paradiso come questo.

Senza dubbio Bird People in China e’ uno dei film meno estremi e piu’ atipici di Takashi Miike (sempre che per un regista come lui si possa parlare di atipicita’), in particolar modo a livello visivo e di messa in scena: qui non ci sono sparatorie, stupri e sangue a fiumi, ma ci sono paesaggi da sogno e natura incontaminata che portano inevitabilmente ad un senso di pace interiore. In questo film il “genere” e’ quindi accantonato momentaneamente e lascia spazio ad inquadrature prive di eccessi (salvo in un paio di brevi scene) e che permette a Miike di farsi conoscere dal pubblico in maniera decisamente inedita, dal momento che prima di questo film era conosciuto per i suoi lavori nell’ambito del V-Cinema di genere e dei suoi Yakuza-movies. Bird People in China e’ una sorta di road-movie, soprattutto nella prima parte, per poi passare ad un tipo di cinema introspettivo e delicato ma che comunque racchiude in se diverse tematiche tipiche di Miike; ma soprattutto gioca sul contrasto tra la schiavitu’ metropolitana e la sua routine, il sovraffollamento, l’inquinamento e cosi’ via e la liberta’ propria degli spazi aperti e incontaminati, contrasto non solo materiale ma anche e soprattutto spirituale. Non a caso i due protagonisti, Wada e Ujiie, sono un salariato della classe media giapponese ed uno Yakuza, ossia due tipici prodotti del mondo civilizzato: due schiavi che si trovano costretti loro malgrado dai rispettivi superiori ad abbandonare l’ambiente al quale sono abituati per intraprendere un viaggio verso l’ignoto, verso il mondo non civilizzato. Il fatto che Wada e Ujiie provengano da una determinata situazione fa si che essi abbiano inesorabilmente perso (oppure non abbiano mai avuto) la capacita’ di sognare, che siano privi di immaginazione e che non riescano a liberare la loro mente, cosi’ intrappolata dai meccanismi ai quali sono abituati. Decisamente significativa e’ la voce off di Wada che sentiamo all’inizio del film: ”Nella mia vita devo aver sognato decine di migliaia di volte. Ma non ho mai sognato di volare.”, e questa frase ci fa capire come la capacita’ di lasciare la mente libera di immaginare e di sognare venga paragonata alla capacita’ di volare, senza gabbie o catene che tengano il pensiero ancorato a terra. Per riuscire a volare, pero’, bisogna intraprendere un viaggio, che e’ impegnativo e non privo di difficolta’, e Miike e’ bravissimo nel rappresentare il punto di partenza, ovvero una grande citta’ quale e’ Tokyo, dove Wada viene filmato a velocita’ accelerata mentre si prepara per il viaggio che lo vedra’ utilizzare verso l’inizio i mezzi tipici dei paesi civilizzati (aereo, treno) per poi arrivare ad utilizzare furgoni che cadono a pezzi (letteralmente!), una zattera trainata dalle tartarughe e infine i cari vecchi piedi. Tutta la prima parte del film, quella relativa al viaggio, ha un ritmo abbastanza sostenuto e si avvicina ad un vero e proprio film di avventura: i personaggi sono in movimento verso una terra a loro ignota e per questo ostile, non sanno ancora esattamente a cosa stanno andando incontro e faticano ad abbandonare le loro abitudini, come il letto comodo o i cibi dietetici, e questa serie di difficolta’ non fa altro che aumentare la tensione sempre presente tra Wada e Ujiie. Quest’ultimo infatti e’ abituato ad usare i metodi tipici della Yakuza, e’ violento, volgare e prepotente, di conseguenza spesso e volentieri si ritrova a percuotere il povero Wada, non abituato a questo tipo di “trattamenti speciali”. Verso la fine del viaggio, Shen, la loro guida e soprattutto l’unico appiglio per i due protagonisti per riuscire a comunicare con gli indigeni, perde la memoria a causa di una botta in testa (Shen viene colpito al termine di una scena divertentissima, dove i protagonisti sono accampati sui monti e mangiano dei funghetti allucinogeni) e quindi Wada e Ujiie si ritrovano completamente spaesati, in un posto al quale si sentono di non appartenere e senza riuscire a comunicare con gli indigeni se non a gesti. E da qui comincia la seconda parte del film, dove Miike rallenta decisamente il ritmo, per dare un senso piu’ di pace e di tranquillita’, e il cambiamento si nota anche e soprattutto a livello stilistico: in questa seconda parte la fotografia (peraltro ottima) e’ piu’ luminosa e i colori – il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e dei corsi d’acqua – sono piu’ vivaci e splendenti, come se i protagonisti fossero arrivati nell’Eldorado. Ma invece dell’oro, visto che il colore predominante e’ il verde degli alberi ma anche della giada, il regista ci fa capire che il vero tesoro non e’ la minera di giada ma e’ soprattutto il luogo incantevole dove sono giunti i protagonisti. A partire da questo momento comincia la trasformazione dei due protagonisti, che se in un primo momento sono riluttanti a cambiare le proprie abitudini, con l’avanzare del tempo cominciano ad accettare i ritmi e lo stile di vita degli abitanti del villaggio: il fatto che Wada cominci ad indossare i loro vestiti e che Ujiie si interessi alla “scuola di volo” di Yan, cinese con gli occhi azzurri, sono tutti segnali che indicano come i due personaggi stiano vivendo una sorta di rinascita. Wada quindi comincia ad interessarsi alla storia di Yan, del perche’ lei abbia gli occhi azzurri e del perche’ lei ricordi una canzone in una lingua strana insegnatale da suo nonno, che si rivelera’ essere nient’altro che inglese storpiato. Queste scene, con Wada che cerca di indagare sull’origine di Yan e della sua passione per il volo, sono girate con estrema calma e con un ritmo assai pacato: e’ facile contrapporre questi momenti cosi’ dilatati con la frenesia delle prime scene, dove in pochi attimi venivano condensati i giorni precedenti alla partenza di Wada. Ma Wada non riesce a perdere completamente il legame con la propria vita precedente, visto che dopo essere riuscito a svelare il mistero degli uomini volanti, torna col pensiero alla sua missione principale, ovvero la ricerca della giada, e intende tornare in Giappone per comunicare l’esatta ubicazione della miniera, senza considerare il fatto che la contaminazione di queste terre da parte del mondo civilizzato avrebbe effetti devastanti sull’ambiente e sulla gente. Ujiie invece, se in un primo momento pare restio ad accettare il nuovo stile di vita, ad un certo punto si rende conto che tutto quello che ha fatto fino adesso non e’ servito a niente se non avvicinarlo alla morte, ed il suo modo di comportarsi da uomo duro in pieno stile Yakuza e’ sempre stata una maschera indossata per compiacere i suoi capi.

Questa presa di coscienza e’ resa da Miike in maniera egregia: durante una passeggiata notturna (dove si nota che Ujiie non indossa piu’ la sua fedele divisa da Yakuza, ma il vestito che in precedenza ha indossato anche Wada non appena arrivati nel villaggio) Ujiie ha una sorta di incubo ad occhi aperti, che lo vede braccato da un gruppo di Yakuza e successivamente intrappolato dentro un locale abbandonato per poi essere barbaramente ucciso a colpi di pistola. Tutta questa scena e’ girata di notte e con poche luci intermittenti, in pieno contrasto con l’ambiente solare del paesaggio circostante. Ujiie quindi si convince a non voler piu’ lasciare questo luogo, dal momento che il suo ritorno a Tokyo comporterebbe prima o poi la sua morte in maniera violenta, inoltre non vuole nemmeno che questo luogo venga contaminato dal mondo civilizzato, e quindi si prodiga, nascondendo e addirittura uccidendo le tartarughe traghettatrici, perche’ assieme a lui rimangano anche Wada e Shen, che nel frattempo e’ riuscito a ritrovare la memoria ed e’ quindi pronto anche lui per il viaggio di ritorno.

Tutto cio’ porta ad un conflitto tra Wada e Ujiie, dove il primo e’ intenzionato a tornare indietro, e cerca di convincere il secondo del fatto che loro sono in quel villaggio grazie proprio alle opportunita’ offerte a loro dal mondo civilizzato e ai suoi mezzi, aerei o treni che siano, e che quindi la decisione di lasciare questo posto incontaminato spetta unicamente agli abitanti del villaggio e non a loro. Per dirimere la questione, i due decidono di provare a volare grazie alle ali costruite dagli abitanti del villaggio, e in una bellissima scena vediamo i due in cima ad un altopiano correre a rotta di collo verso lo strapiombo e buttarsi nel vuoto…per poi vederli, dopo una manciata di secondi, sbucare dallo strapiombo pieni di graffi ed escoriazioni: da questo fallimento la decisione da parte entrambi di tornare indietro alla loro vita precedente. Nella parte finale vediamo che Wada e’ tornato alla sua vita precedente continuando a fare lo stesso lavoro di prima (e la sua voce off ci dice ancora che dopo il ritorno dalla Cina, non e’ ancora riuscito a sognare di volare), mentre Ujiie e’ tornato al villaggio per rimanervi fino alla fine dei suoi giorni; infatti nelle ultime scene vediamo lui da vecchio che, una volta indossate le ali, si butta di nuovo dal precipizio, i piedi si staccano da terra e quindi la scena cambia e ci fa vedere degli uomini alati che volano liberi attorno alle montagne. Probabilmente Ujiie, grazie al suo abbandono della vita precedente, e’ riuscito a liberare l’immaginazione ed e’ riuscito a spiccare il volo. Come ho scritto in precedenza, in questo film si possono trovare alcune tematiche care a Miike, in particolare il tema dello straniero in terra straniera e della ricerca della felicita’, seppure in un contesto particolarmente delicato se confrontato con gli altri lavori del regista di Osaka: nonostante un senso del ritmo che potrebbe anche portare ad annoiare, soprattutto nella seconda parte, a mio avviso questo e’ comunque un film riuscito che ci mostra l’ennesima faccia del “pianeta Miike”.

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