Birthday

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BirthdayTra i vari deliri della cinematografia erotica giapponese, che già liquida in maniera abbastanza grossolana e dissimulatoria stupri e bondage nei peggiori casi, figura anche una lunga serie di pellicole dedicate a una delle cose più disgustose che possano capitare alle donne nella vita di tutti i giorni ovvero le molestie sui mezzi pubblici. Della serie Chikan Densha, che nel titolo unisce per l’appunto la parola per “molestatore” e per “treno”, si fatica persino a tenere il conto degli episodi. Nata in casa Shintoho con l’originario film di Yamamoto Shinya, probabilmente poco memorabile vista la scarsissima reperibilità, presso le altre case di produzione non ebbero molti riguardi  nell’imitarne titolo e forma, anche se c’è da notare che una gran parte dei titoli, sebbene prodotti da altre case, furono almeno distribuiti da Shintoho nel suo circuito di cinema. Fu negli anni ’80 che si ebbe la maggior esplosione del sottogenere grazie all’arrivo di Takita Yojiro in cabina di regia, che trasformò la saga in folli commedie che avevano come tratto d’unione la presenza del medesimo attore Hotaru Yukijirô nel medesimo ruolo, quello del più grande detective nella storia, Kuroda Ippei.

Difficile capire se sia un merito del regista, divenuto poi famoso in occidente per aver diretto il premio Oscar Departures, l’aver trasformato una saga su palpeggiamenti in treno in divertenti commedie, ma tant’è, almeno tre dei suoi titoli, tra cui il più noto Groper Train: Search for the Black Pearl e il folle episodio Sexy Timetrip Ninjas, a base per l’appunto di ninja e viaggi nel tempo, hanno persino beneficiato della distribuzione occidentale. Dopo queste comediche derive degli anni ’80, che rappresentavano la faccia della medaglia più ridanciana del pink eiga, nella decade successiva i film della serie vengono delegati ai registi più noti del periodo. Tra di loro ovviamente figurano sia Zeze Takahisa con ben due titoli, che l’altro regista dei pinku shitenno, il re dell’estremo Sato Hisayasu. Di fatto quello che nella testa del regista si intitolava Birthday ebbe come titolo ufficiale Molester’s Train: Nasty Behavior al momento dell’uscita nei cinema giapponesi. E come spesso accadeva nei titoli di entrambi i registi appartenenti a serie storiche, il canovaccio fa solo da ossatura per poi invece seguire i soliti estremi percorsi del loro immaginario, che sono ad ogni livello quanto di più lontano dall’approccio di Takita.

Birthday poi è capace anche di confondere i fan di Sato. Dell’usuale mistura di violenza e sangue non vi sono tracce, ma se non ci si ferma a una lettura superficiale, che spesso liquida questo film come un rientro in ranghi più confortevoli grazie anche alla sceneggiatura della prolifica scrittrice Godai Kyoko in sostituzione del solito, estremo, Yumeno Shiro, si trovano molti tratti in comune con la precedente produzione, non solo stilistici, tipo l’alternarsi di girato in video e in pellicola, di prima persona e terza persona, ma anche narrativi, con quella galassia di personaggi anaffettivi e desensitivizzati tratteggiati dall’autore nel lungo corso della sua carriera. I due giovani protagonisti Yuu e Kei sono interpretati da due attori ricorrenti nella sua filmografia. Yuu è Imazumi Koichi, che pur essendo gay dichiarato, ha sempre oscillato tra ruoli attoriali omo ed etero e similarmente è oggi regista su entrambi i fronti (Hatsukoi). Kei è invece la povera pornostar Hayashi Yumika, defunta il giorno successivo al suo trentacinquesimo compleanno in circostanze che definire misteriose è puro eufemismo, e che venne sinistramente commemorata dal quotidiano Mainichi Shinbun, non nuovo come altri quotidiani giapponesi a questi abissi di tristezza, come meritevole di menzione nel guinness dei primati per le sue oltre 180 presenze cinematografiche. Piccolo e scollacciato ruolo invece per Ito Kiyomi, altra presenza fissa dei film di Sato, che interpreta la sorella maggiore masochista nella disfunzionale famiglia del protagonista, che si completa con un padre malato di nostofobia, la paura di rientrare a casa, un fratello maggiore affiliato ad una setta orgiastica e una madre alcoolista.

Tokyo dal punto di vista della linea metropolitana sembra davvero piccola, visto che non è nemmeno difficile incontrarli sui treni a dar sfoggio del loro disagio. Ed è proprio su un treno che Yuu e Kei si conoscono, mentre il primo filma un molestatore all’opera. Dopo averlo portato nella sua abitazione, una tenda sulle sponde di un canale di periferia, Kei è lesta a diagnosticare la depersonalizzazione di Yuu. Il vocabolario del film è ricco di patologie come spesso accade con Sato e se non fosse per gli intervalli fatti di palpeggiamenti in treno o noiose scene di sesso, saremmo di fronte a un piccolo e ben strutturato film sull’alienazione, come se ne son visti e amati tanti nella cinematografia nipponica degli anni ’80 e ’90. L’amore disperato, improvvisato e buttato là tra i due assume anche tratti delicati e la scena finale da confessionale tra amanti è davvero intensa nella sua semplicità. Per tutto il film Kei insegue il suicidio, convinta della morte del suo ex ragazzo, ed è decisa a ricongiungersi con lui il giorno del suo ventesimo compleanno. E Yuu è pronto a seguirla in questo doppio suicidio, un altro dei luoghi topici del cinema nipponico più sentimentale e drammatico. Anche in questo caso il cinema di Sato bisogna accettarlo così com’è. Se ne intravede l’autorialità, ma bisogna accettare le continue ed eccessive lordure del sesso, alimentari e funzionali al genere.

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