Black House

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Black HouseIl tema della casa, degradata o meno, preponderante o meno nell’economia della storia, è da sempre un pallino della cinematografia orrorifica di ogni paese. Restando in Corea, non si può non citare quel capolavoro di stratificazione cromatica e pattern floreali costruito in A Tale of Two Sisters o l’enigmatico complesso residenziale di A.P.T. Non c’è nulla di male nel riprendere dei modelli e plasmarli a seconda delle proprie esigenze, come non c’è nulla di male nel rielaborare storie già viste altrove inserendo un modo personale di pensare e di sentire. Dove invece c’è qualcosa di male è nel copiare senza ispirazione, nel prendere senza nulla dare in cambio. Purtroppo è questo il caso di Black House, horror dalle premesse interessanti, che non riesce ad approfondire adeguatamente gli spunti e latita del benché minimo accenno di individualità.

Lo sviluppo delle psicologie dei personaggi è quanto di più automatico gli stereotipi del caso possano permettere e anche i finali multipli – uno più insopportabile dell’altro – sembrano raccontarsi da soli, tra pioggia, ritorni di fiamma e un triste corredo di luoghi comuni assortiti. Pare che la scrittura sparisca, o non sappia come riprendere in mano le fila di una trama che rimane sfilacciata. A nulla è valso che il romanzo di Kishi Yusuke fosse già stato adattato per lo schermo nel ’99 da Morita Yoshimitsu.

Poi, per carità, lo stile di Shin è innegabile, come pure la classe infinita di un attore di primo livello come Hwang Jeong-min. La storia, dal canto suo, mantiene un alto coefficente di coinvolgimento senza sgretolarsi mai del tutto, se si eccettua qualche “telefonatina” di troppo e l’incespicamento macroscopico della parte conclusiva. Anche il direttore della fotografia fa un lavoro ineccepibile, con delle impennate evocative da lasciare piacevolmente sorpresi.

Un giudizio controverso, soprattutto tenuto conto del talento di Hwang e del tremendo impatto visuale, ma per nostra sfortuna la scuola americana inizia a fare breccia nel cuore (nel portafogli?) dei registi asiatici. E sebbene qui manchi del tutto l’arroganza, la vuotezza, l’infantilismo di molto cinema hollywoodiano, il risultato non cambia di una virgola: è tutto fumo negli occhi.

Una panoramica delle numerose locadine:

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