Black Lizard

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Durante un’intervista, al regista Takao Nakano (Exorsister, Killer Pussy) venne chiesto di citare cinque buoni esempi di film giapponesi strani o erotici. Tra i titoli, dimostrando una spiccata lungimiranza, il regista citò anche i due film intitolati Black Lizard: “Prima di tutto cito due film che s’intitolano Kurotokage (Black Lizard). Uno è quello, relativamente famoso girato alla fine degli anni sessanta, con Akihiro Maruyama o Akihiro Miwa, un travestito, nella parte del protagonista. L’altro è un musical poliziesco in cui recita una giovane affascinante, Machiko Kyo, che appare anche nei film di Kenji Mizoguchi. Il primo Kurotokage è un elegante film musicale influenzato dalla narrativa pulp degli anni venti”.
E così, abbandonati i pesci piccoli del precedente e intenso Blackmail is My Life, Fukasaku si lascia coinvolgere in una di quelle follie pop giapponesi diffuse all’epoca, tra pulp e sentore di 007, cromatismi alla Bava e scenografie “argentiane”, appena due anni dopo il cult Nikkatsu Black Tight Killers. L’introduzione, bellissima, è una vorticante rappresentazione dell’inferno di Dorè in chiave go-go girl, evocando la sequenza dell’orgia del Devilman di Nagai (peccato che Nagai questo film probabilmente l’aveva visto, il regista del film live action, no), all’interno di un locale notturno suggestivo e carico di echi grafici della Salomè.

Black Lizard è una ladra di gioielli, romantica e cinica, teatrale nella postura e glacialmente sensuale come una lucertola, esegeta del travestitismo e perversa evocatrice della bellezza pura dei corpi, involucri asettici e assessuati, privi di anima, da ammirare nel suo museo personale. Adora i gioielli perchè sono bellezze che a differenza del corpo umano, non decadono mai. Questa volta è a caccia della “stella dell’Egitto” un diamante dal valore inestimabile (o meglio, estimabile, 1.2 milioni di dollari) e per recuperarlo rapisce la figlia del possessore della gemma. Ma le sue ambizioni vanno oltre. Suo secondo obiettivo è immortalare eternamente le grazie della fanciulla in una della sue statue umane, corpi deprivati della vita e resi eterni. Ma l’investigatore più capace del Giappone, Kogoro Akechi (Isao Kimura) è destinato a frapporsi nella riuscita del piano generando anche un’insolita e inaspettata crinatura sentimentale. Avrà il gusto del teatrale il crollo atlantideo dell’impero di Black Lizard e del nugolo dei suoi alleati composto di gangster, nani, acrobati e freaks, un’umanità deforme e fedele alla Dea.

Il film fonde un numero cospicuo di grossi nomi dello star system giapponese e non, in un corto circuito plurimediale. La storia è ispirata ai romanzi di Edogawa Rampo, maestro del fantastico letterario nipponico (il personaggio dell’investigatore Kogoro Akechi, sorta di alter ego letterario dello scrittore è una specie di Sherlock Holmes giapponese e ricorre in numerose opere dell’autore). Ad adattare per lo schermo la storia è intervenuto personalmente lo scrittore Yukio Mishima (che interpreta anche un cameo nel ruolo di una bambola umana) nel tentativo di descrivere un ruolo il più intenso possibile per la sua star Akihiro Miwa.
La regia è abbastanza classica, salvo poi far esplodere tutte le classiche marche di stile del regista. Scritte in sovraimpressione che dichiarano i nomi delle ambientazioni, frenesia nella messa in scena nelle scene di massa più vivaci (che anticipano gli scontri dei futuri yakuza movie), trovate geniali e montaggio fortemente interventista. Due paggetti acrobati di Black Lizard, esagitati nani vestiti da giullari non possono che ricordare i due gemelli feticisti delle lame presenti in Clock Tower 3, esperienza videoludica curata dal regista quasi quaranta anni dopo .

Un altro grande film, l’ennesimo, di un grande regista. Fondamentale.

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