Black Mask Vs. Gambling Mastermind

Voto dell'autore: 2/5
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Black Mask? Il terzo capitolo della saga? Errato. Trattasi di un caso di omonimia figlia del digitale (uscito -pare- lo stesso anno di Black Mask II). Tra il secondo deludente capitolo ad opera dello stesso Tsui Hark (già produttore del primo bel film) e il “terzo“, ecco sbucare fuori questo filmettino minuscolo che gioca con un titolo noto con l’evidente intento di incassare guadagni facili, un pò come Sex Kung Fu o la vecchia storia dell’Hard Boiled 2/Last Blood. Il risultato di questa subdola operazione è un minuscolo film girato con tutta evidenza in digitale che si infila nel classico filone dei giocatori d’azzardo dotati di poteri psichici.

Un nutrito stuolo di personaggi percorre il film. C’è un ricchissimo e invincibile giocatore d’azzardo emigrato negli USA che ritorna ad Hong Kong per sfidare un ragazzino viziato e suo fratello definito come l'”invincibile Master of Gamblers”. C’è una donna che adotta il bambino viziato ed obeso in fuga, per via della sua somiglianza con il figlio ucciso involontariamente anni prima in un agguato da un uomo col viso coperto da una “maschera nera”. Quest’uomo è al contempo membro della security di un night club e fidanzato della migliore amica nonché coinquilina della donna (di cui lei è oltretutto segretamente innamorata). La “maschera nera” dovrà inoltre prima o poi vedersela con Cold-Blood, la spietata guardia del corpo del ricco giocatore d’azzardo (interpretata da Xing Yu, il Coolie di Kung Fu Hustle).

La formula del film è quindi composta da tre ingredienti base: azione marziale, giochi d’azzardo e belle donne (il bambino non riesce a vincere a carte se sono presenti dei floridi seni femminili entro un certo raggio d’azione). La messa in scena delle sequenze action è fin troppo buona per un prodotto digitale a così basso budget anche se non si fa notare di certo per originalità nè per particolare classe. La regia è fluida ma scarsamente personale mentre il ritmo -tipico del cinema di Hong Kong- è comunque alto e continuo. Si respira però un senso di rilassatezza formale troppo spiccato, tra set spesso freddi e improvvisati in interno e riprese fatte senza alcun permesso in esterno che portano al previsto risultato di veder comparire in campo continuamente dei passanti che guardano in macchina curiosi e imbarazzati quando non preoccupati da ciò che accade. Il climax di questi accadimenti si raggiunge quando in alcuni interni appare evidente che il film si sia ritagliato una piccola sezione di un locale che sta al contempo portando avanti la propria attività lavorativa col il già citato effetto di veder comparire persone o passanti a bordo quadro -o peggio- una guardia di sicurezza che passa dietro una porta a vetri sullo sfondo e si mette a curiosare sulla scena che si sta girando. Per il resto gli attori sono anche atletici ma gravati da dei costumi imbarazzanti e la povertà del prodotto si avverte tutta. Nella prima scena Black Mask spara ad un malcapitato ma dalla pistola non esce nemmeno un lampo, nè un colpo in arrivo deflagra sul corpo della vittima, solo l’effetto sonoro sottolinea l’avvenuto sparo.
Un film brutto e minore ma che straordinariamente riesce a non annoiare troppo. Subdolo e povero ma che, a differenza di altra spazzatura video che di tanto in tanto (anzi, fin troppo spesso) abbaglia i nostri occhi, riesce a farsi vedere fino alla fine.

 

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