Black Night

Voto dell'autore: 3/5
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Black NightIl futuro dell’horror asiatico è nel cinema a episodi e nel cortometraggio? Può darsi, sicuramente i cortometraggi per canali dedicati (internet, cellulari…), i film ad episodi e le co-produzioni tra diverse nazioni sono ormai un fenomeno in continuo sviluppo e degno di un’attenzione ben oltre la norma. D’altronde questo Black Night (titolo flaccido, vago e poco pertinente) non è altro che una sottomarca più povera e artisticamente meno elevata di film come Three e Three…Extremes, prende tre registi di diverse nazionalità (Hong Kong, Giappone e Thailandia) e li confronta con visioni personali dell’orrore. Il fattore che fa la differenza è che questi tre cortometraggi sono pervasi da un denominatore comune occulto, la presenza dell’acqua (la vasca da bagno del primo episodio, l’acquario, il fiume, e la pozza del secondo, la piscina e la pioggia incessante del terzo). L’originalità non è la parola chiave del film e l’intera produzione è meno suntuosa dei film con la parola “three” nel titolo. Però un elemento che si può subito celebrare degnamente è la prova con l’horror di un Patrick Leung (Beyond Hypothermia) perfettamente a suo agio con il genere. Il bravo regista di Hong Kong, un po’ perso ultimamente, dirige il classico horror/melò (come d’altronde tutti e tre gli episodi) in linea con tutti gli elementi caratterizzanti del new horror.

Next Door, il suo episodio, probabilmente è quello migliore, che parte dalle strade di Hong Kong e si sviluppa con una regia carica e ostentatamente competente, riproducendo un bignami del genere folle e abborracciato, sviluppato in fretta e con un ritmo accelerato secondo una dinamica quasi da videogioco (l’indizio porta a qualcosa, il foglietto con le scritte utili, il recupero dell’oggetto e della chiave che apre la successiva porta). Piacevole prova di attrici, Race Wong (Cocktail) in versione fantasmatica e una bella e intensa (quasi wongkarwaiana a tratti) Annie Liu (Mob Sister). Assicurata inquietudine e un paio di salti sulla poltroncina.

Si scende un po’ con l’episodio nipponico, Dark Hole, di Takahiko Akiyama (regista di Hinokio), costruisce un castello di carte che mette in scena regressione, identità multiple, psicologia (grazie all’intervento di un ingrassato Tomorowo Taguchi) e si lascia andare ad un finale geniale tanto reale (nella diegesi del racconto) quanto irreale nella risoluzione finale. Insomma un piccolo divertissement, che sul finale può anche fare emergere un sorrisetto.

Una volta tanto i Thailandesi non fanno la brutta figura visto che l’episodio The Lost Memory di Thanit Jitnukul (Bang Rajan, Art of the Devil) è tanto semplice e derivativo quanto intrigante. Più vicino al suo precedente (orribile) Art of the Devil, “parte in parte” dall’esperienza di Memories, l’episodio di Kim Jee-woon contenuto in Three e cerca di far combaciare i pezzi della memoria persa di una donna in seguito ad un incidente stradale. Confusionario, si riordina pian piano, regala un paio di buoni momenti e un paio di ottimi finali.

Più povero di molti film simili, meno originale e vistoso/visionario, Black Night mostra la vitalità del genere e l’attitudine a sfruttare il filone oltre il lecito. Nonostante tutto si tratta di un film medio dignitoso e a tratti piacevole, consigliabile però solo agli irriducibili e a chi non cerca assolutamente l’originalità. Inoltre fa di nuovo piacere gustarsi un Patrick Leung con una regia così ispirata.

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