Black Snow

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Il cinema di Xie Fei è di problematica classificazione per buona parte di certa critica condannata, come il cane di Pavloviana memoria, a ripetere stereotipi vetusti sulla classica tassonomia dei cineasti cinesi. Come se il cinema non fosse un sistema in continua evoluzione, come se una divisione storiografica, basata prevalentemente sulla contemporaneità di vicende politiche e storiche della repubblica popolare cinese con la produzione di alcuni registi possa farne un movimento, un manifesto o qualsiasi altra buffa semplificazione da manualetto di cinema.

Anagraficamente Xie Fei si laurea regista poco prima della rivoluzione culturale, periodo cardine della modernità cinese, simbolo di una vera e propria cesura intellettuale tra presente e passato, e quindi ascrivibile alla quarta generazione, ma di fatto è stato attivo negli anni salienti della quinta.

D’uopo al regista cinese è raramente concesso il compromesso: Per l’osservatore occidentale o si è dissidenti o si è allineati. La maggior parte degli interventi sul suo cinema analizza la sua relativa collocazione in quegli anni difficili tendendo a rendere esotico qualsivoglia legittimo spunto politico, dimenticando che il ruolo di un regista a qualsiasi latitudine, non solo ed esclusivamente nella Repubblica Popolare Cinese, è da sempre stato anche quello di urtare le gerarchie e i poteri.

Questa esigenza di contestualizzazione e di canalizzazione dell’opera cinematografica fa spesso perdere di vista il suo immediato impatto. Di fatto però è più interessante sapere dello Xie Fei insegnante dell’accademia del cinema di Beijing e di come questo ruolo lo abbia portato ad essere mentore di molti dei cineasti di quinta (Zhang Yimou, Chen Kaige) e sesta generazione (Jia Zhangke).

Black Snow però sembra lontano anni luce dai classici che affermarono internazionalmente Zhang Yimou (Sorgo Rosso) o Chen Kaige (Addio Mia Concubina) ed è invece tutto proiettato al futuro, percorrendo sentieri più affini alla produzione, almeno quella più recente, di Jia Zhangke (Al di là delle Montagne, I Figli del Fiume Giallo), Diao Yinan (Fuochi d’Artificio in Pieno Giorno) e persino vagamente il rurale Wrath of Silence con cui Black Snow condivide la premessa narrativa di un ex galeotto in cerca di redenzione.

Una fondamentale differenza è nelle ambientazioni, da una parte le campagne delle remote regioni della Cina e dall’altra la Beijing in espansione degli anni ’90, ma certamente il recente Noir cinese sembra parzialmente debitore delle atmosfere proposte da Xie Fei. Forse non è nemmeno un caso che a prestare il volto al protagonista sia quel peso massimo di Jiang Wen, all’epoca divenuto famoso proprio per Sorgo Rosso. Attore voluto, ma simbolicamente ripudiato dal regista qualche anno dopo, quando si è messo dall’altra parte della camera.

Xie Fei, non nuovo a polemiche, solo qualche anno prima aveva dichiarato quanto fosse più conveniente fare serie televisiva che cinema visti i magri incassi, si è espresso in malo modo sulle ultime prove registiche del suo attore. Quest’ultimo in maniera più elegante non ha mai risposto alle sue critiche, rivolte soprattutto alla portata commerciale dei suoi recenti film della trilogia dei proiettili (Let the Bullets Fly, Gone with the Bullets e The Hidden Man).

Al di là di tutto questo Black Snow è film di un pessimismo nerissimo. Il titolo internazionale, che riprende quello del romanzo oggetto di questa riduzione, è decisamente meno efficace di quello originale cinese che fa riferimento allo zodiaco cinese, ai dodici rami terrestri, ovvero il sistema di cicli che regola la vita secondo il feng shui. Secondo il sistema ogni dodici anni il ciclo riprende ed è tempo di grandi cambiamenti nella vita di ogni individuo. Questa ciclicità sottende al film, lo stesso Xie Fei accenna in alcune interviste al ruolo del fato nella sua stessa vita, come a sottolineare l’ineluttabilità dei destini incrociati del protagonista, dei suoi amici di infanzia e della storia umana.

Li Huiquan (Jiang Wen) è appena uscito di prigione dove ha scontato una pena per un’aggressione istigata dal suo migliore amico. Nella bella scena iniziale la steady cam lo segue, con una inquadratura molto stretta dietro le spalle, nei labirintici vicoli della Beijing più povera provando a comunicarne il senso di oppressione. Scopriamo subito che è solo al mondo, perché la madre è morta e che il suo reintegro nella società non sarà dei più facili. A casa del suo amico scoprirà anche come la famiglia di stampo tradizionalista abbia reciso tutti contatti, un destino che forse sarebbe stato riservato anche a lui se non fosse già di per se solo al mondo. L’ansia di vivere in una società che tende a rimuovere i soggetti fallimentari come lui è comunicata dalla caratterizzazione che viene data al protagonista come se fosse ancora un animale in gabbia. La casa familiare da cui origlia i vicini è una sorta di barriera eretta per una segregazione volontaria interrotta solo dalle visite del poliziotto locale che si occupa paternalisticamente che tiri diritto e trovi una fidanzata.

Xie Fei è davvero abile, con il suo sottile lavoro di inquadrature strette, ad immergere lo spettatore nello scontro tra una società tradizionalista, che a fatica riesce a declinarsi nella modernità di una città, incapace di resistere al delirio capitalista e consumista. Gli occhi del protagonista sono i nostri occhi, che ha in camera tutti i simboli dell’omologazione al sogno occidentale, come una foto di Bruce Lee e una di Sylvester Stallone, appartenenti però al passato. Adesso, dopo la galera, per lui c’è solo disillusione.

Non sembra lo stesso per gli altri comprimari che però continuano ad annegare nella stessa apatia. Il viscido Cui Yongli (Hongxiang Cai) che commercia tra l’altro videocassette piratate, soprattutto porno occidentali, cerca in ogni modo di contaminare la sua integrità morale, lo sconclusionato Ma Yifu (Tian Liang) che vive di prestiti e scommesse ad un certo punto fa una improvvisa e violenta digressione sulla noia esistenziale della loro generazione, la volubile Zhao Yaqiu (Cheng Lin) che sogna di diventare una popstar non è capace di corrispondere il suo amore. Ognuna di queste anime perse più che ribelli, come tendono a descriverli tutti quelli che vedono ritratti generazionali in ogni film, sembrano declinarsi secondo modelli esterofili, tristemente immaginabili in qualsiasi società dove la lotta di classe è bella che morta.

Se il personaggio positivo è proprio questo ex galeotto, messo in contrapposizione a questi spettri di esseri ancora in vita che lo circondano, allora non può che ironicamente essere una sorta di tradizionalista. Viene per l’appunto definito tale dal suo migliore amico alla fine evaso dalla prigione. Questo strano antieroe non può vincere per definizione, poiché antiprogressista, negazione di questo nuovo salto in avanti che viene chiesto tutto d’un tratto a questa società orfana della rivoluzione culturale.

Sotto questa luce il film sembra anche in qualche modo finire dalle parti dei coevi film della new wave di Hong Kong, di cui condivide la disperazione, quella tensione, ma non gli eccessi e il dinamismo. D’altra parte se riuscivano a circolare porno occidentali, pare difficile che i registi cinesi non fossero al corrente di quel che accadeva nell’ex colonia inglese. Ma questo è forse una esagerazione per un film che rappresenta un unicum, purtroppo invecchiato male in certi espedienti quali le dissolvenze usate durante alcuni flashback, ma ad ogni modo fondamentale per capire quegli anni di una cinematografia tra le più vitali di questo nuovo millennio.

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