Blind Detective

Voto dell'autore: 3/5
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Un tempo, negli anni ’90, quando ci fu una intensa (ri)scoperta del cinema di Hong Kong, fantasticavamo nel leggere e narrare dei film, dei loro contenuti e delle straordinarie libertà insite in essi. Racconti straordinari e suggestivi, ammantati di potenza evocativa grazie alla scarsa reperibilità degli stessi testi filmici. Oggi, nel secondo decennio del nuovo millennio è più eccitante raccontare e studiare le storie dei personaggi e degli uomini di cinema che questi film li producono, storie incredibili spesso più coinvolgenti dei film stessi. Ecco che conoscendo la Milkyway di Johnnie To, i personaggi che ci sono dentro e i metodi di lavoro della factory (v. libro su Wai Ka-fai) possiamo immaginare in forma libera e romanzata la genesi di questo film; il pubblico che immediatamente crea un legame con l’ottimo e precedente Mad Detective per via del titolo, pensando ad una serie a tema, ciclica e possibilmente continua. Johnnie To che dopo il riuscito e personale Drug War, mogio si avvicina all’ennesima marchetta ma con l’eccitazione del grande incasso, tirando fuori dal frigo la sua coppia collaudata di star  formata dagli inossidabili Andy Lau e Sammi Cheng, come in Needing You…, Love on a Diet e Yesterday Once More. E Wai Ka-fai, ormai sempre più spiraliforme e sperimentale che fa il dispetto e scrive un nuovo oggetto ardito e storto mandando tutto in fumo, più vicino alle proprie regie che ai film dei grandi successi zuccherini del passato.

Andy Lau interpreta un detective molto dotato ma cieco. Sammi Cheng una poliziotta atletica ma incapace. Insieme formano un duo inarrestabile che deve dare la caccia, con metodi poco convenzionali, ad un serial killer. Ovviamente nel mezzo, la immancabile storia d’amore.

Film imprevedibile e imprevisto, commerciale ma perturbante, con una recitazione (specie quella di Andy Lau) totalmente squilibrata e inedita, con tante invenzioni tipiche della Milkyway, alcune derive del tutto surreali, un pizzico di colore zuccherino a cui lo spettatore è abituato. Migliore di altri lavori dell’ultimo periodo (Linger, Don’t Go Breaking My Heart, Romancing in Thin Air), più libero e vicino a oggetti del passato, si presenta in un periodo che seppur volutamente discontinuo nella perenne ricerca di equilibro tra mercato e impronta d’autore, rimanda ad un buon momento che il pubblico più “esigente” aveva amato.

Alla fine ci troviamo in una “commedia sentimentale” sanguigna e sofisticata targata IIB, ovvero prossima agli eccessi del nefasto CATIII. E non è poco al giorno d’oggi.

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