Blood Sisters

Voto dell'autore: 3/5
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Blood SistersEnnesima discesa negli inferi per Yamanouchi Daisuke. Dopo aver giocato con i reality show, il suicidio e gli snuff movie stavolta sceglie come arma il genere “rape & revenge”. Anche stavolta però si manifestano due componenti particolari del regista; la prima è che qualsiasi genere o struttura narrativa venga adottata, riesce sempre a darcene una visione nuova e mai banale, comunque personale, l’altra è che ogni volta il regista riesce a spingere -qualsiasi sia il film prodotto- i limiti dell’estremo fino ai picchi più elevati. Va notato che questo è inoltre uno dei film del regista con una struttura più cinematografica del solito, sia nell’impianto narrativo che linguistico e relativo agli sviluppi registici (i due Red Secret Room erano dei finti “talk show”, Muzan-E giocava con la struttura del documentario, Kyoko VS Yuki proseguiva a livelli tipo videogioco). Tutto l’impianto è spinto all’estremo, raggiungendo il grottesco e l’ironico (presente una sequenza che Miike Takashi invidierebbe sicuramente) ma stavolta questo abuso dell’estremo non riesce a placare l’umore dello spettatore. Se anche il sangue è forse meno abbondante del solito (e capiamoci, ce n’è ugualmente a secchi, ma meno che negli altri suoi film) è soprattutto la deriva sessuale ad essere mostrata in tutto il suo squallore. Le sequenze di stupro occupano tutta la parte centrale del film, ma non raggiungono quasi mai (tranne che in una breve sequenza in cui uno del branco infila delle pietre nella vagina della protagonista) esiti surreali come in Red Secret Room, ma vengono mostrate in tutta la loro meccanica ripetitività sanguigna e umida. Il risultato è una forte compartecipazione nei confronti delle ragazze ed un elevato senso di disturbo.
Due sorelle sono in vacanza e vengono rapite da un branco che le porta in un casolare e le stupra ripetutamente fino a lasciarle inermi e contuse a terra. Una volta ripresesi scatta la vendetta nei confronti dei quattro e relativo massacro. Ma nel cinema di Yamanouchi Daisuke nulla è mai come sembra. E se tutto quello visto fino ad allora non fosse così crudelmente vero?
Il regista si diverte a descrivere e scolpire il branco tipizzandone tutti i membri. C’è il boss, comandante su tutti e instancabile amatore. C’è il bonazzo che funge da esca per le vittime e si prende le ragazze di seconda mano (dopo il boss). C’è il portatore di handicap masturbereccio e dal “getto prepotente” e lo schiavetto che anziché abusare del sesso facilita e supporta la perfetta riuscita di quello del capo; in una sequenza è obbligato a muovere il corpo inerme di una ragazza sopra il suo boss per simularne un involontario coito, mentre quando una delle sorelle, affaticata, si rifiuta di operare una fellatio, il capo obbliga lui a fargliela. Ed è animalesca più del solito e disturbante la sequenza di stupro multiplo, tra promiscuità sessuale, sangue e sperma, sudore e altri liquidi poco identificati, movimenti meccanici di corpi contusi e flaccidi. In questo modo si spiega perchè alcune attrici siano fuggite dai set o abbiano deciso di non lavorare più con il regista (v. intervista).
La regia è buona, mentre il difetto maggiore di questo film è la fotografia, spesso sovraesposta o poco definita e sporca. Geniale l’idea di fornire le sorelle di una casa essenziale completamente coperta di nylon (pronta per l’uso insomma, qualunque esso sia). Un perfetto Ikea da serial killer.
Sconsigliabile alle ragazze sensibili. Un altro tour de force visivo che non fa certamente per tutti. Ma un film importante per chi vuole andare oltre i soliti tre nomi e scoprire che la celluloide è piena di sfumature (e zone d’ombra).

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