Blowback

Voto dell'autore: 4/5
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Accidenti come è trucido il primo capitolo di Blowback, questa specie di film mistero di cui non si trova notizia praticamente da nessuna parte. Provare per credere, non è accreditato nemmeno nell’Internet Movie Database e ad occhio siamo (tra) i primi a scriverne. Ogni informazione a riguardo rimanda al sequel diffuso in occidente dalla Asian Cult Cinema, tralasciando invece il primo capitolo. Addirittura alcune riviste specializzata parlando di Blowback: Love and Death si ponevano seri dubbi sull’eventuale entità di questo primo capitolo. Trovato per puro caso il DVD originale giapponese in un mercatino di Hong Kong ecco finalmente la possibilità di spendere due parole su questo titolo.
Innanzi tutto i legami con il sequel, davvero pochi a livello narrativo (quindi se avete seguito come noi il percorso di visione inverso andate tranquilli) tranne per i credits che sono praticamente invariati, dal regista agli attori, compreso un giovanissimo Riki Takeuchi vera e propria icona del gangster cinematografico. Il film è leggermente più fine di Blowback: Love and Death, ma purtroppo ha grossi problemi tecnici tra cui i più evidenti di postproduzione audio (ai limiti dell’amatoriale); sarà un problema del DVD? E’ però parte di quei film che non si possono ignorare con leggerezza e da cui sempre più spesso riusciamo a farci coinvolgere. Tutto questo grazie all’attitudine artigianale del regista e al senso di narrazione generato da inventiva fusa al plagio, ad una classica esagerazione balistica e al sangue che raramente si è visto uscire così copioso da dei fori di arma da fuoco. Tutto è così esagerato, così enfatico e semplicistico, falsamente sofisticato e grezzo da non poter non divertire. Meriti e colpe sono del regista, uno strano personaggio che sembra essere caratterizzato da delle vere e proprie manie ai limiti del feticismo. Innanzitutto una fascinazione estrema per le armi da fuoco; i dettagli di queste sono reiterati ad oltranza, i proiettili sgorgano come fiumi in piena dalla canne delle armi (il tutto sottolineato anche da una sinfonia ritoccata e platealmente esagerata dei suoni delle deflagrazioni e dei colpi sparati), ed esse si ingigantiscono diventando sempre più eccessive. Se si inizia con una pistola non ci vuole nulla ad arrivare a duelli a tre a colpi di bazooka mentre semplici comparse se la spassano con lanciagranate e mitragliatori di taglia xxl. Sembra di assistere alla classica fascinazione balistica simile a quelle di tanti manga sulle ragazzine armate (da Gunslinger Girl a Gunsmith Cats). Altra paranoia del regista è quella di costruire il teatro degli scontri all’interno di enormi e labirintici complessi industriali abbandonati, elemento che ricorre in numerosi suoi film da Blowback, a Score, a Junk.
Il risultato finale è che i film del regista sembrano un pò tutti uguali ma al contempo tendono a ricreare un universo coerente in cui da un momento all’altro ci si aspetta di vedere apparire i protagonisti di un altro suo film che possono tranquillamente convinvere tutti nello stesso universo narrativo.
Il personaggio interpretato da Takeuchi e il suo compare compiono una rapina ai danni di una bisca/casinò gestito da dei malavitosi. I malavitosi non la prendono bene e cercano vendetta. Scontro.
Questa in breve la sinossi, e il film arriva ad essere ancora più duro e nero del suo sequel. Il finale non può non ricordare e anticipare il Dead or Alive di Takashi Miike che, e ne siamo sicuri, dovrebbe conoscere il lavoro di Muroga.

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