Bodyguards and Assassins

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,75/5: 8 voti]

Bodyguard and AssassinsLa Cinema Popular di Peter Chan e Huang Jianxin nasce per produrre pellicole che puntano ad attrarre un pubblico cinese eterogeneo e sparso tra Cina continentale, Hong Kong e Taiwan, sfruttando budget alti (per lo standard del mercato cinese) e professionalità raccolte tra i big del cinema hongkongese e di quello mainlander. Bodyguards and Assassins è il primo film della Cinema Popular, e rappresenta molto bene la filosofia della casa di produzione, anche e soprattutto con il grosso successo di pubblico riscosso in patria, accoppiato all’apprezzamento della critica locale.
L’idea del film venne a Teddy Chan circa dieci anni fa, ma a causa di problemi di fondi, tentativi poi abortiti, crisi artistiche e persino la depressione del suo ideatore, il progetto non era mai riuscito a vedere la luce, finché Peter Chan non ha reso possibile il concretizzarsi di quello che ormai sembrava diventato un sogno destinato a non concretizzarsi. Così, fornito di un budget di quasi 20 milioni di dollari, astronomico per un film cinese, Bodyguards and Assassins è arrivato in sala solo alla fine del 2009, forte di un cast mastodontico (Donnie Yen, Hu Jun, Tony Leung Ka Fai, Wang Xueqi, Nicholas Tse, Leon Lai, Simon Yam, Fan Bingbing, più una decina di altri) e della ricostruzione in scala 1:1 di un intero isolato dell’abitato di Victoria, nella Hong Kong di inizio ‘900, con tutti gli ingredienti giusti a garantire la riuscita commerciale dell’operazione, insomma. Non che questa volta i problemi non ci siano stati, s’intende, e Teddy Chan ha dovuto sfruttare l’aiuto offertogli in regia dallo stesso Peter Chan e dall’amico Andrew Lau, ma stavolta gli ostacoli incontrati non hanno impedito al film di essere finalmente ultimato.

La storia di Bodyguards and Assassins, ispirata a fatti in parte storicamente accaduti e in parte romanzati, si svolge nel 1906, in coincidenza della visita del padre della Repubblica Cinese, Sun Yat Sen, proveniente dal Giappone per incontrare nell’allora colonia britannica i rappresentanti delle prefetture cinesi e organizzare con loro la rivolta contro l’Impero dei Qing, che si concretizzerà 5 anni più tardi. Li Yutang (Wang Xueqi), editore di una rivista democratica, e il suo caporedattore Chen Shaobai (Tony Leung Ka Fai) sono gli organizzatori occulti del viaggio del dottor Sun. La cosa, naturalmente, non può andare liscia, e l’Imperatrice infatti manda un drappello di assassini a Hong Kong, agli ordini del generale Xiao Guo (Hu Jun), con l’incarico di uccidere Sun durante la visita. Li e Chen, a conoscenza del piano dell’Imperatrice, organizzano un drappello di guardie del corpo che scortino Sun dal porto al luogo dell’incontro, e ritorno, utilizzando anche una controfigura del leader democratico, per garantire fino in fondo la sicurezza del vero Sun. Nelle poche centinaia di metri che separano il pontile di sbarco dallo scantinato dell’incontro segreto, si svolgerà lo scontro senza esclusione di colpi, morti ed esplosioni tra le guardie del corpo a protezione di Sun e gli assassini imperiali.

Bodyguards and Assassins è dunque un film che fonde politica, storia e azione, e lo fa in maniera piuttosto atipica per il cinema cinese. Teddy Chan infatti non porta avanti azione e narrazione in parallelo, come siamo stai abituati a vedere spesso nel cinema hongkongese, ma decide di dividere sostanzialmente il film in due parti: una prima parte dedicata alla costruzione dei personaggi, soprattutto dalla parte dei bodyguards, nella quale si tessono tra loro legami e motivazioni che li porteranno a scegliere di difendere Sun Yat Sen, e una seconda parte, che incomincia con l’arrivo di Sun al porto di Victoria, dedicata allo scontro tra le guardie del corpo e gli assassini, scandita da scene d’azione praticamente senza soluzione di continuità, che occupano la seconda ora del film.
La cifra della prima parte è l’importanza dei rapporti famigliari che, mutuata dalla tradizione cinese, diventa il motore delle scelte di campo degli angeli custodi di Sun Yat Sen, e allora vedremo entrare in scena l’editore tradizionalista ma democratico e la sua famiglia patriarcale, nella quale spicca il figlio tornato dall’università americana dove s’è laureato per farsi coinvolgere dalle attività dei rivoluzionari, un poliziotto con la passione del gioco desideroso di riscattarsi agli occhi di una moglie che l’ha abbandonato, un orfano cresciuto nella servitù dell’editore protagonista, un monaco di Shaolin ora reietto e costretto a sbarcare il lunario vendendo tofu in strada, un gruppo di oppositori dei Qing che si nascondono camuffandosi da troupe dell’Opera Cinese, un maestro di arti marziali oppiomane e miserabile per la colpa di aver amato la donna del padre, un letterato che ha scelto la strada della rivoluzione ma che dovrà fare i conti col suo ex-allievo fedele all’Imperatrice, fino allo stesso Sun che andrà a rendere omaggio all’anziana madre, durante la pur breve visita a Hong Kong.
I rapporti gerarchici padre-figlio, con le varianti servo-padrone e allievo-maestro, altra tradizione del cinema cinese, insieme con la voglia di riscattare un passato o un presente oscuri, non faranno che unire sotto la stessa bandiera tutti questi uomini (le donne ci sono, ma sono figure collaterali) così diversi per stato sociale e modo di vivere, dando loro un obiettivo comune, la salvezza del leader, intorno al quale si svolge tutta la seconda parte del film, all’insegna di agguati e combattimenti. Combattimenti che sono caratterizzati da una buona varietà e da un buon livello di tensione, con coreografie all’altezza (firmate da Stephen Tung). I punti più alti di questa parte all’insegna dell’azione sono sicuramente il combattimento tra Donnie Yen e il lottatore di origini vietnamite Cung Le (quasi 8 minuti ininterrotti tra parkour e scontri ravvicinati durissimi), nel quale si vede lo zampino da coreografo dello stesso Yen – soprattutto nella durezza degli impatti e nelle arti marziali usate – e la scena che vede contrapposto Leon Lai in difesa della ritirata del convoglio di Sun, armato di un enorme ventaglio metallico e contrapposto a una miriade di avversari ai piedi di una scalinata.
L’approccio di Teddy Chan nel dividere narrazione da azione è alla fine un approccio riuscito, nonostante la prima parte rischi di annoiare chi si aspetta le botte, attirato alla visione magari dal nome in cartellone di Donnie Yen, perché lascia spazio all’approfondimento dei personaggi descrivendone gli intrecci, anche se a tratti questi risultano un po’ troppo apertamente artificiosi. Chan non si risparmia certo anche una bella dose di retorica nazional-democratica, pur mantenendo una certa ambiguità tematica che lega il contesto del film a quello della Repubblica Popolare Cinese di oggi, sempre sospesa tra l’utilizzo di film del genere come carburante per il sentimento nazionalista del popolo e l’occhio ostile (sotto sotto) al concetto di democrazia che a questo popolo dovrebbe affidare (in teoria) la sovranità. Anche se d’interpretazione (volutamente?) problematica, Bodyguards and Assassins è senza dubbio un film politico e, per quel che vale, si permette anche una scena di omaggio aperto a quella che è la vetta del cinema politico, La Corazzata Potemkin di Ejzenstejn, mettendo in scena l’inseguimento a una portantina che rotola giù giù lungo una scalinata, aggiungendo il sapore dell’action alla poesia dell’immagine.
Un film di molte luci e qualche ombra, premiato dal pubblico in patria (fatto non sorprendente), solido e alla fine ben realizzato, Bodyguards and Assassins si fa notare anche per una certa originalità di impostazione registica (la suddivisione di narrazione dei personaggi e azione, come si descriveva in precedenza), ma che agli appassionati del cinema hongkongese non offre quei guizzi anarchici e magari un pochino ingenui, che altre volte erano stati capaci di far scattare scintille anche da pellicole dalle intenzioni più modeste. E allora finisce che ci si chiede: un cinema maturo è destinato a non permettersi più di sorprendere?
I prossimi anni, e forse, perché no, le prossime produzioni proprio della Cinema Popular, ci daranno la risposta.

CONDIVIDI: