Bohachi Bushido: Code of the Forgotten Eight

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Bohachi Bushido: Code of the Forgotten EightPorno Jidaigeki: Bohachi Bushido è l’ultimo film appartenente ad un “pacchetto” di otto, diretti da Ishii Teruo dal 1968 al 1973 per cambiare stile e immaginario dopo lo straordinario successo della serie cinematografica “carceraria” Abashiri (18 film dal 1966 al 1972, di cui i primi 10 diretti da Ishii); la Toei infatti dopo il successo della serie voleva commissionare gli altri capitoli sempre allo stesso regista ma diede comunque il benestare per la svolta. Infatti, Ishii cambiò radicalmente genere e carpendo gli umori cinematograficamente sovversivi del periodo e la sempre maggiore richiesta e tendenza ad un cinema estremo, decise di produrre una serie di pellicole “ero-guru” incentrate sugli estremi sessuali e gore (solitamente ambientati nel periodo Edo), iniziando nel 1968 con Tokugawa Onna Keizu (Pedigree of the Tokugawa Women aka Shogun and Three Thousand Women) e terminando appunto con Porno Jidaigeki: Bohachi Bushido nel 1973.
Il film è uno dei più rappresentativi della poetica del regista e uno dei più sorprendenti, un vero tour de force, un chambara ero-guru psichedelico, un continuo avvicendarsi di bagni di sangue, nudi gratuiti, sequenze di sesso e/o tortura e duelli. Ma il regista non si accontenta; si fa affiancare da un’allucinata e acida fotografia con il pretesto diegetico di adattare in immagini in movimento un manga di Koike Kazuo (Lady Snowblood, Baby Cart, Hanzo the Razor) ma con l’idea “reale” di regalare un degno accompagnamento cromatico all’intuizione primaria del film, ovvero quella di permeare il nichilismo di base di un’ulteriore nota tossicologica, atta a produrre un risultato visivo frastornante e accecante. Tutto il combattimento finale sulla neve, vero florilegio di fontane di sangue, arti volanti, marchingegni letali, in cui il guerriero in preda agli effetti dell’oppio si batte da solo contro un esercito, fasciato da lame di luci colorate, si rivela come una delle sequenze più complesse e allucinate della storia del chanbara.
La spinta a realizzare il film in parte arrivava dall’attore Tetsuro Tamba (filmografia che viaggia su quasi 300 titoli, tra cui tanti di Miike e Fukasaku) all’epoca in possesso dei diritti del manga e che quasi per principio finirà per interpretare, con una notevole convinzione, il ruolo del protagonista; evento a rischio di ridicolo involontario, con una parruccona di lunghi capelli lisci in testa, lo sguardo imperturbabile, un appetito sessuale insaziabile e capacità inumane con la spada. Invece il film funziona e riesce a colmare entrambi i propri slanci, sia quello ludico fumettistico che quello più complesso psichedelico ed estremo nella narrazione.
Shino Asu (Tetsuro Tamba) è un invincibile spadaccino nichilista che dopo un massacro si da alla fuga e viene accolto a Yoshikara, quartiere del piacere, gestito dai Bohachi, sorta di loggia di guerrieri violenti e passionali, che hanno rinnegato le “otto virtù” (da cui il titolo anglofono). I bordelli privati intensificano la concorrenza e allora Shino viene inviato per stroncare le attività rivali, ma dovrà subire un tentativo di tradimento ad opera di coloro che lo avevano “adottato”. Ovvio e previsto bagno di sangue “purificatore”(?) finale.
Talvolta infilato nella classificazione di “Pinky Violence” dentro cui ormai ci si infila di tutto e spesso a caso, il film poggia invece su solide e rudi braccia maschili sporche di sangue anche se c’è da dire che un supporto laterale viene talvolta da delle guerriere nude mandate dai Bohachi nella mischia. Paradossalmente, e più che in altri film, tutte le ragazze nude che affollano il film, se ne vanno in giro in maniera oltremodo goffa e ridicola coprendosi le zone intime, anche all’interno dei vari bordelli o durante i duelli. Certo, c’è un problema di base relativo ai limiti del mostrabile, ma in molti, moltissimi altri film il tutto era risolto in maniera meno vistosa e invasiva. Comunque un’esperienza filmica unica e irripetibile vera immagine di un’era cinematografica straordinaria.

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