Box: Hakamada Case

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Box-_Hakamada_jikenE’ raro che il cinema giapponese si confronti con un tema d’attualità scottante come la pena di morte ricorrendo non a un film di genere, ma a un film d’impianto ideologico, quasi a tesi. BOX- The Hakamada Case è esattamente questo. Oshima Nagisa aveva ottenuto i risultati più significativi in questo senso quando nel 1968 uscì L’Impiccagione (Koshikei), basato sulla vicenda di cronaca di un coreano che fu condannato alla pena capitale per l’uccisione di una studentessa. Le indagini rivelarono un forte pregiudizio nei confronti del ragazzo e il film si dimostrò molto critico nei riguardi del sistema giudiziario e dei metodi della polizia.

BOX- The Hakamada Case riprende un fatto realmente accaduto nel 1966, quello di Hakamada Iwao, pugile fallito e poi operaio in una piccola azienda di provincia, che fu ritenuto responsabile dell’eccidio dell’intera famiglia dei suoi padroni. Ma il regista Takahashi Banmei si concentra sui dubbi e i conflitti del giudice che si occupò del processo e stilò la prima sentenza di colpevolezza, Kumamoto Norimichi. Kumamoto non era assolutamente convinto della colpevolezza di Hakamada e iniziò subito a rivedere i verbali dei primi interrogatori a cui la polizia aveva sottoposto il sospettato, scoprendo numerose incongruenze e arrivando alla conclusione che l’uomo era stato sottoposto a fortissime pressioni perché confessasse il delitto.

Ricostruendo il fatto di cronaca il film si schiera in maniera evidente contro la pena di morte, ancora in vigore in Giappone, ponendosi nei panni  di un uomo di legge, che si tormenta perché convinto dell’innocenza del condannato. BOX-The Hakamada Case da un lato mostra la sofferenza di Hakamada, che lotta con gli errori e i ricordi del passato, solo dentro la sua cella e dall’altra il senso di colpa e d’impotenza  che porta Kumamoto a dimettersi e a lasciare addirittura la famiglia e che cerca in tutti i modi di far riaprire l’inchiesta. Takahashi Banmei, però, nonostante il bel finale onirico sulla neve, non riesce a creare un film visivamente accattivante, non aiutato dalla recitazione un po’ troppo emotiva di Hagiwara Masato (il killer di Cure di Kurosawa Kiyoshi). Sul risultato ha inciso probabilmente molto il fatto che i due protagonisti della vicenda siano tuttora vivi, cosa che ha impedito un maggiore libertà in fase di scrittura. Il film è esplicitamente di parte, un dramma solido e lineare, che non perde mai l’occasione di ribadire il suo obiettivo, risultando a volte un po’ prolisso. Non mancano comunque anche alcune buone intuizioni, come la scena della ricostruzione delle prove, gli abiti immersi in un barile di pasta di soia da parte del giudice Kumamoto, intenzionato a dimostrare che gli investigatori  le avevano create appositamente per incastrare Hakamada.

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