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Voto dell'autore: 3/5
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Ennesima produzione che riconferma la Thailandia come il nuovo paese delle mazzate cinematografiche per eccellenza. L’influenza di Tony Jaa e dei suoi film si è fatta sentire come non mai negli ultimi anni, creando un filone come poche altre volte è successo in passato. L’unico vero problema di questa nuova ondata di pellicole basate sull’azione più sfrenata e sulle arti marziali, però, è che evidentemente tendono a pescare dal loro prodrome (Ong Bak ovviamente, ma anche il successivo The Protector) anche i difetti più evidenti: in questo caso si tratta delle innumerevoli carenze a livello narrativo, che potrebbero addirittura portare a pensare che un vero e proprio script non esista e che tutta la parte relativa alla sceneggiatura e al suo trattamento se la siano sbrigata in una manciata di minuti. Per intenderci: il protagonista Bee esce di galera ma dei criminali gli rapiscono il fratello con lo scopo di ricattarlo, obbligandolo a rapinare una banca come prezzo da pagare per salvare il povero ostaggio. Il film è grossomodo tutto qui e così resta fino agli ultimi dieci minuti, quando un twist alquanto prevedibile cerca di cambiare – con poco successo – le carte in tavola. L’assenza di una struttura narrativa degna di tal nome permette a Michael B. – uno stuntman piuttosto famoso in patria oramai promosso ad attore – di ergersi ai livelli di protagonista assoluto e di dare sfoggio di tutte le sue abilità, rendendosi il punto focale di innumerevoli sequenze action. I singoli combattimenti sono impostati sempre alla stessa maniera, ovvero un buono contro almeno cinque o sei sgherri, e sono particolarizzati da una spettacolarità una volta tanto non derivante esclusivamente dalle arti marziali: sovente lo stile adottato è più vicino a quello di una rissa da bar, con una marea di calci in faccia e un uso improprio di svariati oggetti contundenti. Un duro colpo all’eleganza delle sequenze action che finiscono per basarsi tutte sul background di Michael B., una sorta di “Tarzan” in grado di arrampicarsi e di saltare praticamente ovunque. Ed è decisamente meglio così, considerate le sue doti recitative nulle. Rimanendo agli attori va sottolineato che il ruolo della femme fatale di turno spetta a Supakson Chaimongkol, la stessa giovane procace e prosperosa già vista in Dangerous Flowers ed in Handle me with Care, probabilmente uno degli esseri viventi più belli dell’universo. Il divertimento è assicurato quindi, grazie anche alla bella fotografia luminosa e solare ed a una regia funzionale: l’unico compromesso è quello di sapere ciò a cui si sta andando incontro, una serie di scene d’azione ottimamente realizzate ma accompagnate da un perenne vuoto narrativo. Come sempre più spesso si suol dire descrivendo i film provenienti dalla Thailandia, il motto è “prendere o lasciare”.

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