Brothers Five

Voto dell'autore: 4/5
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Brothers Five è uno dei lavori migliori di Lo Wei, vince dove falliscono film più blasonati, e grazie ad una storia compatta e personaggi quadrati, si candida ad essere la quintessenza applicata del genere kung fu con armi. Nulla di nuovo sotto il sole, un anno prima usciva Killers Five di Cheng Kang, che già metteva in piedi lo scheletro usato poi in questo film. Cinque eroi ognuno con uno stile marziale diverso, un fine comune, una fortezza da espugnare, e tanto acciaio e sangue nel mezzo.

In questo caso il gruppo è composto da cinque fratelli separati alla nascita, che si incontrano quasi per coincidenza anni dopo, grazie ad una misteriosa guerriera dal nome Yen Lai (Cheng Pei-pei). Lo scopo di Yen Lai è quello di preparare i fratelli Kao allo scontro finale, con il boss della fortezza dei “Dragoni volanti”, colpevole della morte del loro padre.
Dopo ripetuti scontri conclusi con sonore sconfitte, i fratelli si ritirano per studiare un’offensiva più efficace, ed in un attimo la guerriera Yen Lai estrae da sotto le vesti un manuale di kung fu che regala ai ragazzi. Lo stile si chiama “Cinque tigri con un cuore solo” e permette di unire le forze in una sola tecnica capace di sbaragliare qualsiasi avversario. Come in Killers Five (ed in ogni film di kung fu che si rispetti) i cinque fratelli sono esperti in differenti stili di lotta. Si va da pennelli d’acciaio usati al posto di spade o pugnali, l’uso della frusta, un martello gigante da fabbro, fino ad arrivare ad un “cappello” d’acciaio usato come sorta di shuriken. Per gli appassionati di videogiochi l’arma non è certo nuova,  Kung Lao di Mortal Kombat usa la stessa!

Quello che risulta subito evidente è la cura delle coreografie di lotta (che ricoprono tre quarti buoni del film), studiate dalla coppia Simon Chiu Yee Ang e Sammo Hung; quest’ultimo appare anche in un cameo decisamente sanguinoso. I due lavoreranno ancora insieme in un altro classico Shaw, The Twelve Gold Medallions,  con risultati altrettanto soddisfacenti. Tra i due il più famoso è certamente Sammo Hung, ma su queste pagine virtuali il nome di Simon Chiu Yee Ang non è certo nuovo: Finger of Doom, The comet strike e The Flying Guillotine sono esempi più che soddisfacenti del lavoro del nostro coreografo/ attore/ regista e sceneggiatore. Tornando ai combattimenti si nota subito l’uso creativo del wirework (attribuibile a Sammo Hung, visto i suoi lavori futuri), in una scena ripresa in campo lungo, uno dei personaggi vola per diversi metri come fosse Superman, fino a sparire tra gli alberi di un boschetto adiacente. Il tutto tra lo stupore degli avversari. La sequenza è ripresa senza stacchi di montaggio e lascia in effetti basito anche lo spettatore, che fino ad un momento prima sorrideva davanti ai salti – col trampolino – dei guerrieri, o a trucchi di montaggio ingenui come il rewind.La cura riposta nelle scene di lotta è chiara sin da subito; tutti i personaggi principali hanno uno stile ben definito, con tanto di mosse speciali. Ben realizzati anche gli scontri di mischia (con decine di comparse), tutte impegnate nella lotta, anche in secondo piano, dove generalmente sembrano muoversi per i fatti loro, in un balletto in solitaria. Su tutta la vicenda troneggia un feeling oscuro e violento, che spesso si manifesta nei copiosi schizzi di sangue a fontana, resi celebri dai chanbara giapponesi, e portati all’estremo da Chang Cheh (guardatevi Five Element Ninja e poi ne riparliamo).
In ultimo, ma non per importanza, sottolineerei la solida regia di Lo Wei, solitamente sputtanato per colpa di due lavori non propriamente eleganti, come Fist of Fury (1972) e The Big Boss (1971) con Bruce Lee. Prima del fatidico incontro/scontro, Lo Wei era un attore e regista di fama, con molti successi al botteghino. Per rendersene conto basta visionare i suoi ormai classici Death Valley (1976), Raw Courage (1969), Dragon Swamp (1969) e (1971), film che non sfigurano davanti ai classici dei soliti tre o quattro registi perennemente chiamati in causa. Se questo genere di film è il vostro pane quotidiano, allora sedetevi comodi e gustatevi una tragedia dai toni Shakespeariani, innaffiata da generose dosi di emoglobina.

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