Brothers

Voto dell'autore: 3/5
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BrothersA tre anni di distanza dalla precedente prova ecco che il regista hongkonghese Derek Chiu Sung Kei torna dietro la macchina da presa per dare alla luce questo Brothers, riavvicinandosi alle atmosfere degli ottimi The Log (1996) e Comeuppance (2000). Accantonate quasi del tutto le componenti più ilari e scanzonate, ecco che il regista – coadiuvato in sede di sceneggiatura da Kin Chung Chan (i due Fong Sai Yuk, Bodyguard from Beijing) – mette in scena un dramma ambientato nel mondo del crimine chiaramente ispirato al cinema del passato, asiatico e non. Basti dare uno sguardo al plot per notare come l’originalità non sia certo uno dei punti forti di Brothers: la lotta per la supremazia tra clan mafiosi, il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova generazione di gangsters, i legami familiari tra padri e figli, ma soprattutto – del resto il titolo è abbastanza eloquente – tra fratelli; non a caso il film è stato presto paragonato a Il Padrino, data la palese somiglianza tra i temi trattati, anche se purtroppo i risultati non possono certo paragonarsi a quelli ottenuti dalla saga coppoliana. Il fatto che Brothers sia un film incentrato sugli attori, non fa che rafforzare l’idea di un cinema che rivolge il suo sguardo all’indietro, dove l’azione è relegata in secondo piano rispetto ai dialoghi tra i personaggi atti ad approfondirne – e, va detto, suscitando talvolta un pizzico di confusione nella mente dello spettatore – i tratti psicologici. Un plauso va comunque fatto alla scelta del cast, che riunisce ben quattro dei cinque attori componenti il celebre gruppo delle “Cinque Tigri” della TVB (una delle principali compagnie televisive hongkonghesi), assai popolari negli anni ’80: Andy Lau Tak Wah, Felix Wong Yat Wah, Michael Miu Kiu Wai, Kent Tong Chun Yip e Tony Leung Chiu Wai. Dei cinque, solo quest’ultimo non ha partecipato alla realizzazione del film, per motivi che se ufficialmente vengono attribuiti ad altri impegni dell’attore e all’elevato cachet da egli richiesto per la sua presenza, secondo fonti più sotterranee sarebbero invece relativi ai non idilliaci rapporti con Andy Lau (che è anche produttore del film), benché recentemente essi abbiano lavorato a fianco nella trilogia di Infernal Affairs. A rimpiazzare la tigre mancante è l’acclamato Eason Chan (Love Battlefield, tra gli altri) che ricopre in maniera convincente il ruolo di Shun Tam, fratello più giovane di Yiu Tam (Michael Miu), e figlio dello spietato boss Tin “ghost” Tam (Wang Zhiwen).

Mentre il fratello maggiore segue senza indugio le tracce paterne e va alla ricerca di vendetta nei confronti di Uncle 9 (Henry Fong) e di suo figlio Kui (Kent Tong), i quali hanno attentato alla vita di Tin Tam, il giovane Shun – che da bambino è stato mandato a studiare negli USA a causa di una terribile profezia riguardante i due fratelli – una volta tornato ad Hong Kong si ritrova davanti ad un mondo a lui estraneo, immerso nel terrore e nella violenza. Ciononostante, gli eventi lo porteranno a schierarsi a fianco del fratello e del leale e silenzioso fratello adottivo Ghostie (Felix Wong) nella battaglia contro il clan rivale, come se fosse predestinato sin dalla nascita a seguire il solco tracciato in precedenza dal padre (premonitoria, a tal proposito, la scena iniziale, con la scia di sangue che lascia spazio ad una strada). A questo punto all’appello manca solo Andy Lau, che interpreta un fetentissimo poliziotto che somiglia al personaggio da lui interpretato in Infernal Affairs III, e che assieme ad una manciata di più o meno celebri comprimari va a completare l’imponente cast di questa ultima fatica del regista hongkonghese. Che, sia chiaro, non è affatto un brutto film, ma lascia in bocca un retrogusto artificiale, oltre ad aggirarsi costantemente dalle parti del già visto.


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