Buppah Rahtree

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Buppha RahtreeBuppha Rahtree, altresì conosciuto come Rathree: Flower of the Night, è diventato un piccolo caso al tempo della sua presentazione nel corso della sesta edizione del Far East Film Festival. I pochi coraggiosi presenti a quella ormai storica proiezione di mezzanotte non si sarebbero mai aspettati una simile sorpresa: nonostante le modeste premesse, il terzo film di Yuthlert Sippapak (autore in precedenza del fracassone ma divertente Killer Tattoo e dell’inusuale ed ammiccante melò February) si rivelò essere davvero qualcosa di nuovo, una sorta di commedia horror a sfondo melodrammatico, originalissimo nella sua capacità di rimescolare topoi e stilemi di generi totalmente diversi fra loro. Un’opera paradossale e sconcertante che di lì a poco sarebbe stata eletta a vero e proprio manifesto di un cinema fino a quel momento sottovalutato e considerato impersonale, se non addirittura poco interessante. Nel frattempo, Buppha Rahtree rimbalzò da un festival all’altro (dagli Stati Uniti al Canada fino ad arrivare in Inghilterra) contribuendo, grazie ai commenti entusiastici degli spettatori e del popolo di internet, a diventare pian piano una sorta di leggenda. Il pubblico occidentale ha dovuto attendere quasi due anni affinché la casa hongkonghese della Panorama Distribution si decidesse a distribuire questo gioiello in dvd con dei sottotitoli in lingua inglese. Ora che tutti possono fruirne, comunque, il discorso non cambia di una virgola: il film di Sippapak è e rimane uno degli esempi più riusciti dell’originalità e della varietà del nuovo cinema thailandese, un esperimento ardito ed irresistibile che fa dell’anarchia la sua bandiera.

Detto ciò, si potrebbe riassumere i pregi dell’opera in un’unica frase: Buppha Rahtree è un film che piace perchè emoziona, diverte e spaventa.

Emoziona, perchè le atmosfere calde e sospese dell’incipit ammaliano lo spettatore, abituandolo a ritmi del tutto opposti a quelli che verranno. Mentre il protagonista Ake, giovane rampollo di nobile famiglia, se ne va in giro con la sua macchina decapottabile, la bella ma introversa Buppha subisce le molestie del padre adottivo. Due vite totalmente diverse, praticamente opposte. I due si conoscono, si frequentano, finiscono a letto, lei resta incinta. Ma non era amore, soltanto una scommessa di Ake con gli amici: Buppha si ritrova così costretta ad abortire. Le conseguenze dell’operazione saranno fatali e la ragazza morirà dissanguata nel suo appartamento, mentre un indifferente Ake fugge in Inghilterra per proseguire gli studi. Nella prima tragica mezz’ora quasi ci si autoconvince di assistere alla solita, trita e ritrita storia a base di tradimenti, menzogne e fantasmi vendicativi: forse la verità è davvero questa, forse no, Sippapak però si diverte a girare e rigirare la frittata, a scherzare con il pubblico cercando di portare il film su dei binari ben precisi solo per poi dirottare furbescamente (ed improvvisamente) su altri lidi. Riuscendoci pienamente.

Diverte, perchè poi il fantasma vendicativo di cui si parlava poco sopra compare davvero e si deve scontrare con una serie di esorcisti a dir poco improbabili, uno più buffo dell’altro, personaggi totalmente assurdi e sopra le righe. Lo spirito di Buppha infesta un condominio popolato da gente che definire stramba sarebbe un eufemismo, curiosi soggetti tra cui una coppia di parrucchieri super-queer, un barista scettico ed il suo aiutante ritardato, un gruppo di pseudo-rapper sovrappeso accompagnati da un cagnolino, una padrona di casa che approfitta della creduloneria altrui per guadagnare qualche soldo fingendo esorcismi in combutta con altri coinquilini. Gli innesti comici sono numerosissimi, i dialoghi nonsense all’ordine del giorno ed i riferimenti anche solo verbali al mondo del cinema si sprecano. Ma si ride anche (e soprattutto) grazie agli attori, vere e proprie maschere grottesche che non si fanno problemi a sfruttare il loro buffo aspetto per regalare qualche risata – ed esemplare a questo proposito è la partecipazione al film di Sayan Meungjarern, famoso attore e comico televisivo affetto da sindrome di Down che interpreta la parte di sé stesso. Tanto scorretto quanto spassoso.

Spaventa, perchè colpisce duro al momento giusto, quando meno ce lo si aspetta. Il corpo senza vita di Buppha, chiuso nel suo appartamento ed avvolto in un lenzuolo, pare soltanto un anonimo ed inquietante fardello bianco ma riserverà non poche sorprese ai malcapitati che vi avranno a che fare durante i vari tentativi di rimozione del cadavere (prima) e di esorcismo (poi). E nonostante ognuna di queste situazioni venga presa con piglio del tutto comico, spesso si aprono varchi su risvolti orrorifici non indifferenti: un horror magari più da spavento improvviso che basato sull’atmosfera – elemento che tutto sommato non viene affatto a mancare grazie anche al provvidenziale cambio di fotografia rispetto alla prima parte del film – ma comunque efficacissimo. La situazione si trasforma ulteriormente nei venti minuti finali, quando si raggiunge il climax in una scena di inaspettata violenza che si permette addirittura di riportare alla memoria l’Audition di Miike.

Buppha Rahtree, in conclusione, funziona che è un piacere. Tra una risata ed un salto sulla poltrona si ha la continua sensazione di assistere ad un prodotto speciale e poliedrico, multiforme, quasi sperimentale, lontanissimo dalla perfezione ma proprio per questo selvaggiamente divertente. Frutto di un cinema inconcepibile altrove, forse inaccettabile per quelle che sono le abitudini occidentali ma di certo irresistibile per tutti coloro che ne riescono a cogliere lo spirito: il terzo film di Sippapak è un vero e proprio caso, un’opera che va vista, contestualizzata e studiata in quanto fenomeno culturale di proporzioni non indifferenti. Non per altro in patria è stato un grandissimo successo ed il sequel, uscito due anni dopo, è filato quasi immediatamente in cima al box-office thailandese dando il via alla produzione di un ulteriore capitolo.

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