Buppha Ratree: Haunting in Japan

Voto dell'autore: 3/5
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Dopo quattro capitoli in tredici anni della saga horror (comedy) di Buppah Rahtree (Buppah Rahtree (Rahtree: Flower of the Night), Buppah Rahtree Phase 2: Rahtree Returns, Rahtree Reborn e Rahtree Revenge), Yuthlert Sippapak, uno dei più prolifici e continui registi thailandesi torna ad un horror. Ma il titolo dello stesso resta vago, e muta da luogo a luogo da un generico I Can See Ghost fino ad un Buppha Arigato e un internazionale Buppha Ratree: Haunting in Japan. Titoli che cercano di legare il film alla saga “di successo” catturandone anche il pubblico. Peccato che narrativamente della saga originaria ci sia ben poco a parte il nome forzato di un personaggio che funge da collegamento per il “concept”, ovvero il trasportare il mito dalla Thailandia al Giappone.
Una troupe thailandese raggiunge una villetta perduta in mezzo alle nevi del Giappone per girare il videoclip di un affermato cantante. La villetta è ovviamente infestata da un nugolo di spettri rancorosi. Il ragazzo dell’immobiliare continua ad allertare negromanti e monaci vari per compiere esorcismi e liberare l’edificio mentre uno strano idillio tra una ragazza misteriosa e il cantante si eleva poco a poco. A tutto questo sono frammiste un robusto numero di sottotrame e piste varie il più delle volte confusionarie.
Non che si tratti di un film memorabile o particolarmente rilevante. Ma va notato come il legame con la saga del 2003 sia nel concept. Yuthlert Sippapak riprende il senso di perfetta commistione tra horror e commedia e lo traspone in questo nuovo film. La comicità riacquista equilibrio e passa in secondo piano rispetto all’horror e si riannoda con il primo capitolo. Ecco quindi che il  Buppaa Rahtree diviene un modo e un senso di fare cinema più che una storia. Un modo di svolgere una storia horror, con un budget evidentemente ridicolo, in una spazio minuscolo, più ridotto di quello che era la casa di Ju-On / The Grudge. E come bonus, l’intera partitura orrorifica è sempre svolta in piena luce e in diurna con i fantasmi totalmente rivelatori della propria “falsità” ma parimenti efficaci. Il terrore è palpabile anche quando il fantasma è puro elemento comico, come in una sequenza in cui passa l’aspirapolvere. Praticamente nulli gli effetti speciali, e solo un’idea ormai collaudata e originale di susseguire horror, comicità, grottesco e melodramma sentimentale in un unico piatto.
Buppha Ratree: Haunting in Japan mette una grossa nostalgia addosso, nostalgia di quegli anni di revival horror in cui per creare la paura bastava un’idea forte in testa. E in tali elementi, pur se la rilevanza filmica è minuscola, questo Haunting in Japan funziona e diverte innegabilmente. Ci era mancato tutto questo, era inaspettato e alla fine, nel suo delirio incomprensibile, ci ha convinto anche grazie ad alcuni dialoghi particolarmente riusciti e a delle trovate ormai sopra la media del genere.

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