Butterfly & Sword

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Butterfly & SwordQuello che è un misconosciuto film minore del cinema di Hong Kong andrebbe riposizionato come uno dei wuxia più interessanti ed estremi della storia di questo genere. Merito innanzi tutto del coreografo, diciamolo subito, Ching Siu-tung che potrebbe essere ufficialmente nominato (e spesso lo è) co-regista, visto che le sequenze coreografate occupano all’incirca metà dell’intero film. Qui Ching firma probabilmente il suo film più estremo, andando oltre (e facendone al contempo vistoso tesoro) sia del suo esordio, Duel to the Death, che del film simbolo del nuovo wuxia, Swordsman II. Nonostante tutto e anche giustamente, i due film citati sono più noti, il primo, perchè si trattava di un vero e proprio manuale di pionierismo cinematografico e di uno degli esordi più folgoranti di sempre. L’altro perchè incarna un punto di partenza ma al contempo di arrivo di un metodo di fare cinema e di messa in scena del meraviglioso. Butterfly & Sword è invece un film meno rigoroso e pulito, perso in una trama confusa e contusa, corale e oggettivamente mal scritta, nonostante sia una riduzione dello stesso racconto di Gu Long da cui è stato tratto Killer Clans di Chor Yuen.

Ma tecnicamente è paradigma puro di un metodo, di una nuova forma di immaginario risolta tramite regia e montaggio e annegata in un fiume di invenzioni -contrapposizione rabbiosa a budget esigui e a carenze tecnologiche- atta alla creazione del fantastico. Padrini di questo metodo sono stati negli anni ’80 Tsui Hark e Ching Siu-tung; strumenti chirurgici nel loro caso sono il wirework, il montaggio, le ellissi di continuità, i dettagli utilizzati al contempo per celare a per mostrare meglio (sembra un paradosso ma è così), il fumo, le luci, le controluci e i lembi di stoffa aerei. Il wire work perde la grazia massima e ineguagliata raggiunta all’interno della saga di A Chinese Ghost Story (Storia di Fantasmi Cinesi) e viene continuamente frammentato in brevi porzioni reiterate che, come affermato dalla sceneggiatrice Elsa Tang, “solo lui riesce poi a montare tanto sono brevi e “confuse””. E l’eccesso è la parola chiave del film, annegato in tentativi di narrazione e di intrecci caratteriali tra personaggi. Personaggi interpretati da un cast d’eccezione, che annovera tra le proprie file attori del calibro di Michelle Yeoh (La Tigre e il Dragone, Heroic Trio), Donnie Yen (Seven Swords, New Dragon Gate Inn), Joey Wong (Storia di Fantasmi Cinesi), Tony Leung Chiu-wai (Infernal Affairs, In The Mood for Love) e in un cameo in forma di deus ex machina, la popstar Jimmy Lin (Better Luck Tomorrow).

Tutto il resto è forma, forma ai massimi livelli, traguardi mai più visti nè raggiunti. Tony Leung si lancia con un arco in forma di freccia umana trapassando i corpi dei nemici da parte a parte. Un altro guerriero utilizza come arma un pallone di cuoio (identico a quelli da calcio), un super cattivo sfrutta un guanto artigliato simile a quello di Freddy Krueger ma con l’abilità in più di ‘spararlo’ come il pugno di Mazinga. E poi palme radianti dal potere devastante, lembi di stoffa che si trasformano in letali pali e lame. Il volo è ormai un abilità base anche se risultato di un duro allenamento. Nel tentativo di celare questo potere, quando Tony Leung vola aggrappato a delle liane, viene giustificato come un potere acquisito perchè conosce bene il luogo e da piccolo giocava sempre lì proprio con le liane; quindi è norma ma da conquistare. Così riguardo questo elemento, ci troviamo perfettamente a metà strada tra come era utilizzato in A Chinese Ghost Story e in Swordsman II. I duelli sono violentissimi ed è quasi un sogno quello di giaciere morti in un campo di battaglia conservando l’integrità del corpo. Infatti nessuno può morire intero, ogni duello termina con la totale distruzione del corpo dell’avversario sia esso uno o molti. E a volte non basta nemmeno la frammentazione del corpo visto che alcuni guerrieri continuano ad essere letali anche dopo essere stati decapitati. Un film da far vedere anche al grande pubblico e ai difensori dell’ultima ora dei film di Zhang Yimou. Ad un certo punto c’è un duello tra i bambù, identico a quello presente ne La Foresta dei Pugnali Volanti, ma più estremo, violento, furioso, frammentario e fatto più di dieci anni prima (e senza CG). Meditare, gente.

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