Café Lumière

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Café LumiereChe il cinema di Hou Hsiao-Hsien non sia cosa semplice da afferrare è noto a chiunque abbia avuto l’occasione di visionare anche solo uno dei suoi film, da quel Città Dolente (capolavoro) che gli valse il Leone d’oro proprio nel 1989 qui a Venezia fino al penultimo Millennium Mambo (uscito pure al cinema, in qualche sparuta sala), è una sfida continua alle regole dello spettacolo cinematografico tradizionale. Kohi Jikou, omaggio a quell’ Ozu Yasujiro a cui tanto devono certi autori del moderno cinema Far East, tra cui ovviamente lo stesso Hou, è un tentativo di trasferire nel presente quelle suggestioni visive e quegli scorci di vita familiare che sono la massima eredità che il regista giapponese ha lasciato alla comunità del cinema mondiale. Ora, in sé e per sè l’idea di omaggiare un grande del cinema non sarebbe neanche male, ma chiediamoci una cosa: ce n’era proprio bisogno? Col senno di poi la risposta che mi viene naturale, senza nulla togliere al genio di Hou Hsiao-Hsien (che si manifesta etereo e impalpabile anche in questo film) è: no. Perché l’omaggio a Ozu richiede per forza di cose un’adesione totale allo stile, un’equivalenza che, ripeto, senza fare torto a un cineasta come Hou Hsiao-Hsien, si trasforma in puro appiattimento. Se si cita Ozu lo si cita tutto, dal nucleo familiare riunito sul tatami ai treni che viaggiano sui binari ai fili elettrici delle ferrovie che si stagliano sul cielo. E’ proprio questo il problema: Hou Hsiao-Hsien dove va a finire?

Va a finire, semplicemente, in un film che è Ozu + Hou Hsiao-Hsien = noia per la maggiorparte degli spettatori non avvezzi alle lentezze di certo cinema orientale . Il regista taiwanese (ma diciamo pure la maggiorparte dei registi viventi) non possiede tra le sue caratteristiche quel senso sovrannaturale del ritmo che è tipico del cinema di Ozu. Indulge in lunghi piani sequenza contemplativi, cerimoniosi, anche affascinanti, ma che alla lunga stancano, privi (il riferimento è a questo Kohi Jikou, s’intende) di un vero coinvolgimento emotivo, e se aggiungiamo un rifiuto tenace di qualunque forma (anche la più minuscola) di spettacolarità in favore di una secca “documentazione” di ciò che accade sullo schermo, si comprende il sostanziale (piccolo) fallimento di questa trasferta giapponese. Lo coglieranno forse gli spettatori più smaliziati, probabilmente i più cinici, oppure quelli che meglio conoscono l’anatomia del regista. Gli altri, vergini dello stile di Hou Hsiao-Hsien,  avranno probabilmente le solite due reazioni: rifiuto totale con uscita dalla sala a metà film (succede, succede eccome) o amore incondizionato per la purezza delle soluzioni visive. Ben lungi dall’essere un brutto film, ma era lecito, insomma, aspettarsi qualcosa di più. Menzione speciale per un sommesso e sognante Tadanobu Asano, il libraio che registra il rumore dei treni.

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