Call of Heroes

Voto dell'autore: 3/5
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Dopo l’ottimo The White Storm Benny Chan torna ad un film in costume ambientato dopo la fine della dinastia Qing nel 1914. Ma anziché attenersi allo stile sontuoso e immaginifico del precedente, questo Call of Heroes (anche noto come The Deadly Reclaim) è più vicino per certi versi all’ancora antecedente Shaolin, sia come forma che come resa.
Ovvero un “piccolo” film ad alto budget e produzione che annovera un cast stellare, nomi di pregio in tutto il comparto creativo e delle coreografie marziali di Sammo Hung a tratti particolarmente complesse, articolate e riuscite.
Nulla di nuovo sul fronte narrativo con una storia, che da Kurosawa al wuxia classico, narra di una cittadina rurale che deve far fronte ai capricci di un sanguinario e psicopatico figlio di un signore della guerra. Un pugno di “eroi” dovrà difendere la città e i suoi abitanti.
Nonostante tutto però il film riesce a sorprendere per diversi fattori atipici.
Il primo è la forma principale dell’opera, una sorta di spaghetti western che soprattutto all’inizio ricorda vagamente i nostri film con il duo Spencer/Hill, specie nella figura del sonnolento guerriero interpretato da Eddie Peng.

Altra scelta inedita e perturbante è il far interpretare il folle e sanguinario villain di turno all’affascinante eterno poliziotto o personaggio romantico incarnato da Louis Koo che nel momento in cui disvela la propria identità battezzando la storia in un massacro di rara gratuità non può che lasciare turbato uno spettatore avvezzo alla sua carriera.
Gli altri due volti noti sono un Lau Ching-wan sopra la propria media marziale e un glaciale Wu Jing perfettamente in forma. Ovviamente il regista non può esimersi dal buttare tutto il finale, come sempre nel suo cinema, in fuochi d’artificio, fiamme ed esplosioni anche se i momenti più memorabili e ispirati sono quelli in cui la macchina da presa passa nella mani sapienti di Sammo Hung (che si palesa in un breve cameo finale) regalando l’ennesima ottima prova del suo 2016 cinematografico tra cui un complesso duello tra Wu Jing e Eddie Peng sopra una piramide di giare.
Va comunque notato come anche questo sia un altro film ben poco conciliante verso il senso di unità, di collettività e di altruismo del popolo cinese visto che come in altri titoli (ad esempio anche se in misura minore in The Taking of Tiger Mountain) la massa è vista come vigliacca, opportunista e egoista e in questo film il fattore in questione ha una dicotomia esponenziale; da una parte il bassissimo spirito di accoglienza mostrato all’inizio, dall’altra l’omertà e passività successiva anche di fronte ad un’ingiustizia luttuosa. E l’atto attivo finale sa più di cinica giustizia arbitraria e vendicativa che di azione di lotta, liberazione e eroismo. La figura dell’eroe è nobile, colma di coerenza e senso del dovere ed è prerogativa dei pochi e non del popolo generico. Sembra quasi che attraverso numerosi titoli contemporanei si palesi un passaggio graduale tra il senso di solidarietà e collettività del passato del paese e il parziale individualismo proprio dell’attuale svolta capitalista.
Un film quindi risaputo e poco originale, decisamente meno esaltante del precedente The White Storm, ma incarnazione di un buon cinema popolare medio e di un blockbuster più libero e perturbante sopra la media internazionale. Per avere poi un blockbuster d’autore e di maggiore rigore e spessore c’è comunque il cinema di Tsui Hark e Stephen Chow.

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