Canary

Voto dell'autore: 3/5
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CanaryIl 20 Marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo la setta Aum Shinrikyo rilasciava del gas Sarin provocando 12 morti. Diversi film presero spunto da uno degli eventi più traumatici e difficili da cicatrizzare del Giappone del dopoguerra. Ci son due documentari diretti da Mori Tatsuya (A e A2), un film poliziesco di Aoyama Shinji (An Obsession) e tracce di questa tragedia sono ravvisabili persino in film  tangenziali di Zeze Takahisa (Tokyo X Erotica) o Sono Sion (Suicide Club). Anche Kanaria prende spunto in maniera diretta da questo catartico evento, ma a differenza di altri lavori evita l’approccio dall’interno che viene scelto tipicamente dai registi di fronte al compito di narrare le disfunzioni della società, che lascian segno nella realtà. Per quanto mostra la pellicola in questione, si potrebbe addirittura pensare che Shiota non abbia fatto alcun lavoro di documentazione, sebbene improbabile. C’è davvero poco del trattato sociologico che si potrebbe sviluppare su un argomento del genere, ma altresì tanto degli ambienti in cui è solito muoversi il regista. Si nota come interessi più raccontare la disgregazione dei nuclei familiari come già accaduto in Harmful Insect piuttosto che analizzare i meccanismi psicanalitici della comunità religiosa. La setta, rinominata Nirvana per l’occasione, è solo lo sfondo per un’altra storia che ha al centro il deflagrare continuo del problema da padre in figlio. Sono assenze, quelle dei genitori nelle vite dei loro consanguinei, che sono eredità delle loro precedenti carenze e portano inevitabilmente al collasso.

La mamma di Koichi e Asako che decide di aderire alla comunità religiosa e li allontanerà da sé, come spesso accade in una strategia di fortificazione interna tipica del sistema setta, non fa altro che dare ai suoi figli quel che ha ricevuto dal proprio genitore. Dopo la tragedia dell’attentato per cui la donna è ricercata, i due bambini vengono separati proprio da quel nonno che si rifiuta di accudire un recalcitrante Koichi, sempre più teso in una disperata difesa della madre. Nonostante i flashback rivelino come fosse il bambino stesso il primo oppositore della volontà della madre, il sentimento verso la donna sembra consolidarsi con il progredire della storia. L’unica intenzione di Koichi è recuperare la sorellina dal nonno e ritrovare la madre  per ricostituire quella famiglia distrutta. La solitudine della donna diviene specchio della propria solitudine per il bambino e gli altri incontri sono quasi incidenti di percorso. Almeno così crede Koichi per quel che riguarda la sua compagna di viaggio Yuki, trovata per caso e disperata quanto lui, ma dicasi lo stesso per gli altri personaggi. Tra essi figurano anche gli interpreti dell’esordio di Shiota: Mizuhashi Kenji, nel ruolo di un ex membro della setta, e Tsugumi, una lesbica in crisi di coppia, che in quegli anni era spesso attrice feticcio di diverse produzioni a base di adolescenze tormentate (Noriko’s Dinner Table, Exte: Hair Extensions, Freesia: Bullet over Tears).

Ci vuole quasi l’intero film perché Yuki faccia breccia in Koichi. Rischia di perderla per mancanza di decisione, come accade nelle dinamiche di storie (d’amore) più adulte, per riappropriarsene con forza prima del finale. Questo non vuol dire che il ragazzino possa evitare la sua condanna, quella che aspetta spesso i protagonisti delle storie nere del regista. In questo altro microuniverso dipinto dal film i figli rappresentano il fallimento di genitori, che a loro volta sono il fallimento di altri genitori. Un ciclo continuo mai destinato a spezzarsi. Nel finale la rinuncia all’omicidio da parte del piccolo protagonista, che porterebbe a compimento il complesso di Edipo in senso lato, è anch’esso un fallimento determinato dalla sua compassione delle umane debolezze. Si tratta del fallimento della rivoluzione interna all’individuo: una sporca, rinunciataria transizione nell’età adulta a cui Koichi non riesce a sottrarsi. E` una delle scene più intense dell’intera pellicola, che riscatta di gran lunga il didascalismo di alcune sequenze, che gonfiano eccessivamente la durata del film. Peccato veniale per una pellicola che, come usuale per il regista, è sì dolorosa, ma necessaria.

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