Chaos

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Chaos

Ormai Herman Yau (Untold Story, Ebola Syndrome), nome di spicco del cinema di Hong Kong di inizi anni ’90, spesso legato a atroci delizie CATIII, sembra avere perso la bussola, in continuo salto tra i “generi” ma non gli stili, alla ricerca di qualcosa che (forse) non esiste più. Certo, la sua regia non è forse mai stata nobile e riconoscibile, e i suoi titoli più noti emergevano più per che meriti diretti realizzativi, per l’idea di cinema che c’era celata dietro. Ultimamente aveva tentato un ritorno al CATIII estremo (ma –aimè- penalizzato dall’eccesso di sterile 3D che si mangiava tutta la magia [nera]) con Gong Tau, qualche passeggiata in noir di routine e derivativi (A Mob Story, On the Edge), un grigio e personalmente inutile film di “denuncia sociale” (?) come Whisper and Moans, e un paio di oggettini più umili e sinceramente piacevoli (Cocktail e Lethal Ninja).
Stavolta si getta a capofitto in un film di fantascienza hongkonghese (che per chi conosce il cinema di questo paese sa quanto è arduo compito), fatto con due lire, poca inventiva, poca voglia e due location, producendo un qualcosa che sembra una fusione tra un vecchio e brutto film locale, un post apocalittico italiano e un film per la TV tedesco.
Avete goduto del 2046 wongkarwaiano? Yau ce ne regala un altro ambientato in una comune, tra uomini, criminali, poliziotti, virus letali e anelli incastonati alle orecchie atti a fare (indovinate? Non molto inventiva come idea) esplodere le teste a comando.
Il futuro è realizzato con un palazzone, delle fiammate che emergono dal nulla, due lucine di natale, una bandiera simil nazista, e un fondale digitale.
Il sangue (poco) viene proposto alternamente tra tradizionale e –si ostinano- orrendamente digitale.
L’unica cosa a cui attaccarsi, oltre l’ispirato inizio automobilistico tutto monocromo e composto di dettagli, è la prova di un paio di attori, soprattutto il collaudato Gordon Lam (Exiled) e la brava, intensa e bella Charmaine Fong (Sniper).
L’elemento migliore è la sfaccettata fotografia, satura di un caleidoscopio di colori; d’altronde il regista sboccia come direttore della fotografia ma paradossalmente qua non è sua, bensì di Mandy Ngai. La sceneggiatura loffia porta la firma di Lau Ho Leung e gli stunts automobilistici (che non ci sono) del “solito”(li ha sempre firmati praticamente tutti lui) Bruce Law. Il tutto allietato da annichilenti musiche acide di Patrick Lo.
Insomma, il cinema di Yau sembra riflesso funesto di tutta l’industria locale o –visti i movimenti attuali- il riflesso della decadenza di un modo magico di fare cinema ad Hong Kong che ormai non esiste più. Ci sono nuovi valorosi che stanno tracciando strade e portando firme per tenere alta la bandiera rossa e bianca dell’ex colonia. Mentre noi, romantici sognatori, continuiamo a sperare in ogni nuova opera di Herman Yau. Attualmente invano.

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