Chaw

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ChawNell’estate 2009 come sempre sono usciti in Asia numerosi horror; d’altronde è la stagione, a differenza che in Italia, in cui appare una sovrapproduzione interna al genere. Molta Indonesia, Malesia, un po’ di Filippine, non pervenuti da Hong Kong e quei soliti 4-5 sudcoreani. Chaw era uno di questi ma alla visione si rivela un prodotto del tutto laterale. Noto e atteso come “il film con l’orso gigante assassino” prima e “il film con il maiale gigante” poi (a causa di una promozione confusa e un passaparola sovraeccitato), messo da parte l’aussie Razorback (1984) il film narra proprio di un cinghiale gigante mangiauomini. Ma non è tanto il cosa (mostri giganti se ne sono visti, per ultimo lo stesso The Host locale), né il cinghiale gigante assassino in sè (vedi il titolo australiano sopra citato), né gli effetti non sempre all’altezza, ma il come.

Una piccola città rurale sperduta, nota come “la città senza crimine” in cui alcuni spietati imprenditori sfruttano contadini per renderla punto turistico e “fottere” i cittadini che vengono a caccia di cibi biologici. Poliziotti arroganti e inutili, goffi e provinciali. Qui finisce per un errore burocratico un giovane poliziotto di città, con moglie incinta e madre pazza a carico. Qui campeggia una giovane documentarista. Qui si è rifugiato un anziano, famosissimo cacciatore. Qui vive una procace pazza “gotica” che ha adottato un bambino straccione. Qui è chiamato a prestare la propria professionalità un abile tiratore che è solito parlare col suo cane (che puntualmente risponde). E qui è dove decide di iniziare a mangiare prima cadaveri dissepolti e poi uomini vivi, un cinghiale gigante.

E non ci troviamo quindi di fronte ad un horror ma ad una commedia grottesca finanche nonsense, carica, sopra le righe, abile nel costruire una città fiabesca, marcia e scombinata, con persone e personaggi dipinti e deformi, prede di impeti psichici disturbati e perennemente bizzarri. Immaginate un cinghiale gigante in viaggio in una Twin Peaks ideata da Stephen Chow. Alla fine la presenza del “mostro” è solo uno sfondo per far perdere il regista nel suo universo rurale personale e romantico. Tant’è che tutta la parte finale del duello con la creatura risulta essere la più debole mentre le zone più intime si rivelano sezioni particolarmente surreali e riuscite (una su tutte il pasto con il pesce vivo gettato nella zuppa che contorcendosi schizza tutti i commensali durante un dialogo). Se all’inizio si vede nel film una sorta di ode al vegetarianismo, nella lunga durata si mostra più come una sorta di riflessione generalizzata ma acuta sul cibo e sulla sua “produzione”; tanto è malinconicamente riflessivo sulle macellazioni e sulla caccia, tanto deride e pungola coloro che si approfittano della moda spendacciona e ingenua dei nuovi ricchi di città a caccia di finte produzioni biologiche plasmate sulla loro stessa identità. Che lo si voglia guardare in un modo o nell’altro il film si propone come un’operetta di intrattenimento e centra l’obiettivo totalmente, rivelandosi come una visione assolutamente divertente, fino all’ultimo bellissimo finale, variazione creativa e pop di quello di tanti altri eco-vengeance del passato.

 

 

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