A Chinese Odyssey: Part Three

Voto dell'autore: 2/5
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Precisamente venti anni dopo il dittico di A Chinese Odyssey Part One – Pandora’s Box e A Chinese Odyssey Part Two – Cinderella, Jeff Lau Chun-wai ne dirige un terzo capitolo, A Chinese Odyssey: Part Three. Vistosamente, non di vera urgenza artistica si parla ma di semplice esigenza produttiva di seguire e prosciugare il flusso del successo del revival del classico letterario Viaggio in Occidente in seguito alla straordinaria versione di Stephen Chow (Journey to the West: Conquering the Demons). Ma più che di sterile incanalarsi in un filone (anche se lo è vistosamente) sembra di trovarsi di fronte ad un gioco di “pagar pegno” e di scambio reciproco. Già nel proprio successo Chow aveva adottato alcune idee del dittico di Lau in cui era protagonista nei panni dello Scimmioto. E Lau si riprende il favore rubacchiando qua e là, come spesso fatto nei suoi frullati d’autore deliranti. Anche se in questo film l’approccio sembra più quello di Wong Jing a dire la verità. Si, perché ci duole davvero veder cadere un grande regista come Jeff Lau proprio di fronte ad un progetto del genere così insperato e atteso.
Più volte il regista cerca e tenta una comunione diretta con il film di Chow. Ma il suo film non è radicale come l’altro e raramente si attesta comunque nei sublimi livelli dei due precedenti. Insegue anche quelli, ma dalla sua non ha né la splendida fotografia dei predecessori, ne delle coreografie interessanti (date in mano ad un ormai indistinguibile Yuen Kwai alle prese con uno tsunami di digitale), né il lirismo, né una direzione di attori particolarmente rilevante. Escluse un pugno scarso di sequenze ispirate tutto il resto è un dolorosissimo progetto girato su blue screen e annegato in un profluvio di effetti digitali di pessima fattura e resa. Certo, alcuni dialoghi brillanti e un paio di visioni degne di nota emergono di tanto in tanto ma il film si rivela macroscopicamente meno rilevante di tutti gli ultimi suoi progetti, alcuni, se non riusciti comunque pregiati da un senso del visivo a tratti sorprendente come in East Meets West 2011. Per il resto l’assenza di epica, una fotografia piatta e inenarrabile, e gli effetti digitali che soffocano anche le sequenze d’azione lo spingono con decisione al di sotto di tutti i film del momento ispirati al romanzo in questione. E ne esce stritolato anche rispetto al blockbuster cinese medio che sfrutta in maniera ben più decisa le risorse investite. Il film ha comunque goduto di un buon esordio in sala, sfumato rapidamente dopo la prima decina di giorni.
Una inaspettata delusione da parte del regista che anche con gli ultimi film meno memorabili era riuscito comunque a regalare cinema e emozioni. Purtroppo l’abuso di effetti digitali sta annientando la mano e l’impronta autoriale di tanti registi dell’ex colonia inglese.

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