Chinese Zodiac

Voto dell'autore: 3/5
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Chinese ZodiacJackie Chan torna alla regia per questo CZ12, che è una sorta di film dei festeggiamenti; è uscito intorno al Natale, è realizzato con un alto budget ed ha ottenuto ottimi incassi (a fonte di 20 milioni di dollari di budget ne ha incassati 138; dopo un flop ad Hong Kong ha fatto faville a Taiwan e in Cina), è una sorta di reboot/sequel della sua saga di Armour of God (1987-1991) e si è guadagnato due record nel guinnes dei primati, “Most Stunts Performed by a Living Actor” e “Most Credits in One Movie”. Per celebrare ulteriormente, sul finale in una manciata di secondi si regala tre cameo di eccezione, ovvero Shu Qi, Daniel Wu e Joan Lin Feng-Chiao, la moglie di Chan nella vita reale che torna sullo schermo dopo 30 anni, nell’anno del suo sessantesimo compleanno.
Il film è vistosamente “old school”, simile ai titoli più patinati del regista (gli Armour of God, si, ma anche Who Am I? O The Accidental Spy) e va in totale controtendenza all’ultimo Jackie Chan, quello che abbandonava le arti marziali e si calava nel melodramma. Il regista invece sul finale si lascia andare ad una funambolica sequenza marziale interattiva con gli ambienti che rimanda direttamente al suo cinema del passato che l’ha reso famoso. Convincente, oltretutto.
Per il resto è il suo classico film di avventure esotiche in giro per il mondo, in cui l’arma principale, dopo quella fisica, è quella tecnologica, una tecnologia moderna e avveniristica ma spesso popolare; vengono subito in mente gli aerei/droni radiocomandati o ancora più tipica quella di inizio film con un lungo e acrobatico inseguimento stradale in cui l’attore indossa una tuta coperta di ruote che gli permette di sfrecciare per le strade mutandolo in una sorta di skate umano. Se questo rimanda al cinema tipico e collaudato dell’autore, un cinema che sembrava ormai sorpassato, convinzione smentita dagli incassi, è anche vero che il film riflette più volte sulla Cina e sul suo ruolo nella contemporaneità. Il film narra di ladri e mercenari e di reperti archeologici rubati nelle rispettive nazioni e venduti all’asta. Per fare questo si parte dal vecchio Palazzo d’Estate di Pechino, ovvero quella zona della meraviglia urbana e architettonica rasa al suolo e data alle fiamme in passato dagli invasori occidentali e di cui oggi sono conservate le rovine proprio come memoria e monito delle aggressioni subite dal paese. Non manca un accenno alla tendenza anglofona dell’occidente e alla naturalezza sociale di voler comunicare con l’inglese come lingua principale. In quel di Parigi uno dei protagonisti arruolati in loco si lamenterà perché nessuno parla la lingua inglese ma tutti la cinese rendendo di fatto quella anglofona come una lingua in lenta estinzione.
Film patinato e ludico, con alcuni caratteristi del passato, discese nell’ironia infantile classica di Chan, buoni stunts e una discreta vitalità; ingredienti che producono un film strano che sembra uscire fuori dal passato nonostante la sua ricchissima patina ostentata da blockbuster. Chinese Zodiac è proprio come i film che il pubblico ha molto amato negli anni ’90, ne segue le tracce pedissequamente, paradossalmente senza odorare di morte, ma facendo schizzare qualche goccia di vitalità e mostrando la voglia continua e irrefrenabile di Jackie Chan di continuare ad essere un uomo votato alla settima arte. Lungo i titoli di coda, il backstage degli stunts malriusciti. Ennesima conferma e sorta di marchio di garanzia.

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