Chiwawa-chan

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Dopo diversi anni di colpevole ritardo si sta riscoprendo l’opera di Okazaki Kyoko. Il suo manga più noto, Helter Skelter, fu pubblicato nel 2013 in lingua Inglese e successivamente nel 2018 in Italia, a cavallo dei venti anni di distanza dalla pubblicazione originaria e solo dopo la riduzione cinematografica della nota fotografa di moda Ninagawa Mika.

Chiwawa-chan è certamente una delle sue opere meno note, un monovolume che si trova agilmente nelle fumetterie dell’usato giapponesi e che chissà se troverà mai distribuzione estera. Questo non ha fermato Nimomiya Ken, sponsorizzato giovane regista, dal provare a portarlo su grande schermo. Helter Skelter anni fa provava ambiziosamente a tessere intorno alla figura metatestuale di Sawajiri Erika, a suo modo fagocitata dalla famelica macchina dei mass media giapponesi, un affresco barocco ridondante di colori e lusso. Purtroppo non funzionò provare a rivestire di una patina lucente la solida idea di partenza. La stessa ambizione sembra vivere in Chiwawa, ma prende le forme a la page di un cinema ipersaturato e montato freneticamente sulla scia del Korine di Spring Breakers.

Si parte a fatti già avvenuti. Il corpo smembrato di Chiwaki Ryoko (Yoshida Shiori), alias Chiwawa per gli amici viene ritrovato nella baia di Tokyo, per cui la vicenda viene narrata solo a posteriori dalle voci del suo gruppo di amici. Tra questi spicca l’altra protagonista Miki (Mugi Kadowaki), che rappresenta una sorta di immagine riflessa di là di un filtro per la scapestrata Chiwawa. Là dove Chiwawa riesce ad entrare con la sua immediatezza nel cuore dei ragazzi, Miki invece rappresenta quella stabilità e fermezza che l’altra non avrà mai. Pur non entrando mai in rivalità le due rappresentano le due facce della stessa medaglia di una adolescenza confusa, che oscillava tra estremi per quella generazione X e che la Okazaki raccontava abilmente nei suoi albi.

Quest’aggiornamento della storia alla generazione Y è purtroppo fallimentare. L’operazione di fast-forward si ferma per lo più alla mera estestica, a meno che non si voglia considerare una grande novità la presenza dei social network. Nimomiya si dimostra incapace di dire qualcosa di nuovo in un campo esplorato in maniera esaustiva ed eccezionale da altri registi nei precedenti decenni. Non serve aggiungere parlare di sesso e non mostrarlo, piazzare da un parte una plastica Chiaki Kuriyama che fa l’intervistatrice e dall’altra un bolso Asano Tadanobu che fa il fotografo per farne un prodotto sveglio e indipendente.

L’intento del regista è quello di attualizzare una vicenda che sembra troppo profondamente radicata in un Giappone ancora reminiscente degli anni della bolla economica. Vengono buttati dentro confusi riferimenti all’odierna cultura giovanile in maniera talmente ovvia che non si può non sottolineare l’ironia di una major cinematografica che prova a parlar di giovani farcendo il film di zuccheroso j-pop e idol. Ed è ancora più ironico pensare che queste operazione riuscivano invece alla perfezione negli anni ottanta quando al timone vi era un regista come Somai Shinji. Da queste parti non vi è nulla della sottile disperazione che soggiaceva nei film del compianto regista, ma sembra rivivere lo spettro del peggiore Sono Sion, quello di Hazard. Tutto questo è probabilmente lontano anni luce dagli intenti programmatici dell’opera di Okazaki Kyoko, che resta ancora in attesa di una riduzione cinematografica che le renda giustizia.

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