Chocolate

Voto dell'autore: 3/5
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ChocolateDopo Ong Bak e The Protector (Tom Yum goong) si è verificata una scissione all’interno del duo regista/attore, duo che aveva avuto il merito di aver lanciato il cinema locale (seppur limitatamente ad un genere ben specifico) verso un pubblico occidentale non festivaliero.Tony Jaa, la superstar thailandese più nota al mondo, ha deciso di passare alla regia e dirigere il sequel ufficiale di Ong Bak (The Protector checchè se n’è scritto, in realtà non lo era), appunto Ong Bak 2. Il regista, invece, Prachya Pinkaew, sempre supportato dalle coreografie del martial art director Panna Rittikrai ha deciso di modificare in parte la propria poetica e –magari ascoltando le varie critiche riferite ai film precedenti- di raddrizzare il tiro. L’ostacolo maggiore e più evidente era quello apparentemente impossibile di trovare un degno erede alla carismatica figura di Tony Jaa. La scelta anomala ma comprensibile cade così su un sostituto di sesso opposto, ovvero l’impressionante giovane attrice (ventiquattro anni) Yanin JeeJa. Assolutamente di rottura ogni scelta rispetto alle precedenti pellicole. Innanzi tutto mentre i due film già citati si svolgevano in un piano quasi fantastico, a tratti supereroistico ed epico, sicuramente più conciliante ed “export”, Chocolate si muove fuori continuità, in un tessuto narrativo più “reale” e tipicamente speziato thai. Tant’è che la ragazza per imparare le arti marziali si studia proprio i film con Tony Jaa quasi a voler sottolineare una continuità ma al contempo una rottura totale nei piani narrativi. Al contempo a livelli simili (ma forse non uguali) di capacità atletica Yanin JeeJa mostra però una maggiore capacità espressiva, rivelandosi come attrice e non solo atleta. Ulteriore merito è la consapevolezza di volersi allontanare da un cinema meccanicamente circense per donare spessore a tutta la portata narrativa e melodrammatica, il che non fa che aggiungere robustezza e forza al film.

Yanin JeeJa interpreta la figlia autistica di un amore tra una guerriera thailandese e un triadoso giapponese, amore spezzato a forza da un gangster locale. Di fronte alla malattia della madre, la ragazza, follemente competente nelle arti marziali tenta di procurare i soldi per le sue cure riscuotendo i numerosi debiti che le spetterebbero incappando nella violenza e vendetta di un vivace nugolo di malviventi di differente estrazione.
Cruenti e violentissimi tutti gli stunts (di cui durante i titoli di coda ci viene dato un traumatizzante assaggio dal dietro le quinte) ma forse  il difetto maggiore del film si cela in quei lidi. Il cinema thailandese ormai, come accennato più volte, si sta sostituendo –piacevolmente- a quello liberissimo della Hong Kong d’oro post new wave, in ogni senso e direzione. La tradizione delle donne atletiche e picchiatrici fasciate da coreografie aeree proviene da lì, producendo una degnissima erede delle varie Yukari Oshima e Moon Lee. Al contempo però l’80% delle coreografie arriva vistosamente da quelle dei film di Jackie Chan degli anni ’80 e ’90. Il problema emerge dal fatto che il divo di Hong Kong utilizzava una agilissima e funambolica forma astratta di kung fu, arte marziale che ben si prestava a tali sequenze. Applicare le arti marziali thailandesi di cui Yanin JeeJa è custode a tali eventi produce purtroppo dei risultati talvolta goffi e privi di efficacia, essendo la muay thai meno aerea e fluida del corrispettivo cinese. Certo, una critica davvero eccessiva forse, visto che la rivoluzione interna al film ha del miracoloso e –di nuovo- lascia ben sperare per il futuro di un (nuovo) cinema marziale.

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