Chunhyang

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ChunhyangChunhyang si colloca in coda a una lunga serie di adattamenti da una storia popolare di tramandazione pansori (il canto tradizionale).

In poche parole è l’amore contrastato tra la figlia di una gisaeng (corrispettivo coreano di una geisha) a riposo e il rampollo di una nobile famiglia. I due si sposano segretamente, lui è costretto ad allontanarsi, lei rifiuta le avances del nuovo governatore e viene imprigionata per la sua disobbedienza, ma infine è premiata per la fedeltà al marito. Una storia tormentata a base di soprusi e devozione coniugale, condita di sesso e conflitti sociali, che ha prestato il fianco nei decenni alle interpretazioni più disparate e contrastanti – in ogni mezzo mediatico, 17 solo al cinema – e per la quale ogni regista ha di volta in volta sottolineato aspetti diversi. Chi ha calcato la mano sulla profonda virtù dell’eroina (Shin), chi sulla sua carica sessuale, chi sulla sua incoscienza, chi sulla forza rivoluzionaria della coppia trans-classista (lo stesso Shin più avanti, in Corea del Nord).

Tuttavia le varie trasposizioni concordano, e neanche troppo velatamente, nell’esaltare il profondo rispetto per le tradizioni e per il matrimonio, anche l’ultima in ordine cronologico, portata sullo chermo dal grande Im Kwon-taek, una pellicola di grande spessore cinematografico impreziosita da una abbagliante visualità, da una presentissima componente musicale pansori e da una ricercata aderenza al testo originale.
 Secondo film a colori in Cinemascope e vero e proprio blockbuster dell’epoca – comprato a scatola chiusa dai vari distributori – anche la versione di Shin ricalca abbastanza fedelmente l’originale, aggirando forse in modo furbo gli scottanti risvolti sociali e mostrando insistentemente le varie virtù della donna ideale secondo la morale confuciana: sottomessa, obbediente, servile, silenziosa, passiva. Non certo un grande modello di modernità – soprattutto se a ciò si aggiunge il riferimento al soprannaturale e all’ineluttabilità della sorte – ma l’esaltazone del coraggio e dello spirito di sacrificio insita nella storia ha sempre messo in rilievo la figura di Chun-yang garantendole una notevole efficacia drammatica. Inoltre va riconosciuto al film uno straordinario risultato commerciale che giovò parecchio alla Shin Film e generò un lungo proselitismo; un successo raggiunto grazie alla conosciuta storia folcloristica, ad attori carismatici, a uno splendore visivo inedito per l’epoca, ma soprattutto alla grande regia che consacrò Shin nel novero dei maestri del cinema nazionale.

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