Cicak Man

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Il Professor Klon (Aznil Nawawi) è un genio della scienza, diffonde un virus per poi venderne la cura e al contempo clona i politici del paese per dominare la città di Metrofulus. Per puro caso, uno dei suoi scienziati, l’imbranato Hairi (Saiful Apek), beve un caffè con disciolto dentro un geko mutogeno, portatore di un virus. Inizierà quindi a mutare in animale decidendo di utilizzare questo “potere” per combattere il Professor Klon, fasciato da una divisa a metà strada tra Spiderman e Daredevil e autonominandosi super eroe dal nome di Cicak Man. Sul finale anche un clone dello stesso Cicak Man nero, sorta di Venom speculare e negativo.

E’ Cicak Man, il primo super eroe malese, orgoglioso blockbuster nazionale, sintomo positivo dell’attuale rinascita del cinema locale a budget medio/alto. Il successo del film in patria ha fatto si che venisse messo in produzione un sequel ancora prima dell’uscita del primo capitolo, venduto in diversi paesi dell’Asia.
Il film in effetti nonostante un budget risibile rispetto ai corrispettivi dello stesso genere statunitensi è una robusta operazione produttiva con un 40% della metrica interamente realizzata in digitiale su green screen. E visivamente il prodotto finale non è neanche male, ben diretto e fotografato, con degli effetti artificiosi sui quali si può tranquillamente soprassedere attraverso un’adeguata contestualizzazione.

 

Quello che però va detto è che il film pecca di uno scarso legame con la propria cultura il che in fin dei conti non fa che renderlo una inutile sottomarca –seppur priva di ambizioni eccessive- di un blockbuster hollywoodiano. Nonostante il super eroe rispecchi anziché un ragno un “animale” prettamente locale, tutta l’estetica e la partitura narrativa arrivano direttamente da oltreoceano. Purtroppo in Asia quando si parla di super eroi difficilmente si riesce a distaccarsi da debiti con gli Stati Uniti (siano essi i Super Noypi, Mercury Man, Gaganboy et similia) soprattutto osservando quelli apparsi nell’ultimo decennio. Per trovare opere degne di attenzione e superiori in intensità e spessore rispetto a quelle degli americani bisogna indietreggiare nei decenni e/o cercare innegabilmente tra l’universo giapponese dei tokusatsu.

Invece questo Cicak Man salta, si arrampica sui muri, sfoggia anche una pittoresca lingua prensile ma in fin dei conti non è che una sparuta copia di un super eroe hollywoodiano sprofondato in una partitura urbana pallida copia di quelle degli States. Ad aggravare il tutto è l’inspiegabile scelta di fare recitare tutti, ma proprio tutti gli attori, sopra le righe imitando vistosamente tic e manie di Jim Carrey. Questo fattore irrita fin dal primo minuto e rende ardua la visione del film fino alla fine. Di elementi riusciti ce ne sono anche (tutti i cloni che si muovono e parlano come fossero copie pirata mal prodotte di un DVD) ma in fin dei conti il ragionamento produttivo che sottende l’opera la rende un oggetto che fa male al cinema e soprattutto alla specificità cinematografica della cultura locale. Si può passare decisamente oltre.

 

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