Citizen Dog

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Citizen DogSe è diventato ormai pacifico che la Thailandia ha raggiunto una maturità sia produttiva che artistica da poter tranquillamente ambire al suo posto di rilievo nel panorama del cinema asiatico a fianco dei “giganti” India, Giappone, Hong Kong e Sud Corea che, rispetto a quella del territorio siamese, hanno un’industria più avviata sia per storia che per mezzi, deve essere altrettanto chiaro che tra i nomi che le hanno dato questo valore va a tutti i costi sottolineato quello di Wisit Sasanatieng. Questo perché, al di là dell’indubbio talento, è uno degli autori che ha saputo (ha voluto) fare il salto di qualità innalzandosi dalla media delle produzioni thailandesi ludiche di vecchia generazione, dando una dignità maggiore al proprio cinema, non foss’altro che per le tematiche. Citizen Dog arriva come una piacevole conferma, dopo l’ottimo Le Lacrime della Tigre Nera, già salutato in tutto il mondo come opera stupefacente tanto da meritare una distribuzione in sala anche qui da noi e, se pensiamo che stiamo parlando di sei anni fa, non è affatto uno scherzo. Nonostante questo illustre predecessore, chi non conosceva il debutto di Wisit ha bollato Citizen Dog come “L’Amelie Asiatico”, con riferimento all’opera più famosa di Jean Pierre Jeunet, per cercare in qualche modo di incasellare il film in una dimensione comprensibile a chiunque. Naturalmente l’influenza si annulla immediatamente nel momento in cui si riflette sulla incompatibilità tra i precedenti film del regista francese ed il primo di Wisit (forse si potrebbe trovare qualche relazione con Delicatessen) ma è innegabile una somiglianza tra i due stili, quanto meno a livello visivo. E qui si potrebbe ipotizzare che quello che lega i due registi non è una reciproca influenza, ma quella che proviene dai loro modelli. Quindi il dichiarato amore per Sergio Leone e Orson Welles (e Terry Gilliam) di Jeunet è facilmente riconducibile anche alle derivazioni di Wisit e, se non è evidente in Citizen, lo è di più in Le Lacrime. Al di là di chi ha citato chi e cosa è stato copiato da dove, la nota rimarchevole è che Wisit ha avuto un’ulteriore crescita artistica rispetto al predecessore. La sua regia rimane caleidoscopica e infantilmente onirica, ma rende molto di più perché ne guadagna in senso e linearità, due termini che sembrano stridere se si pensa che ci riferiamo ad un film che parla di un tizio che ha una coda, ha un amico che si accoppia in autobus, va in giro con il cugino morto ammazzato da una pioggia di caschi, segue i consigli della nonna che si è reincarnata in un geco e si è innamorato di una che vive seguendo i dettami di un libro di cui non conosce la lingua. Eppure nel momento in cui è evidente che le visioni del regista non sono altro che una metafora, né più né meno che come poteva essere nelle favole di Lewis Carroll, che si perde nella messa in scena ricca di colori, adesso è molto più facile intravedere in mezzo a quei turchese, arancio e indaco, ciò che Wisit tiene a dire. Sembrerà paradossale ma tanto è innovativa e rivoluzionaria la messa in scena nei suoi film, tanto è conservatore il messaggio. La Thailandia è una terra che ci tiene a dare un’idea sorridente, colorata e vivace di sé ma come è tristemente noto la popolazione è stata letteralmente annientata dal capitalismo e dall’invasione occidentale tale che i più poveri sono diventati letteralmente schiavi di uno stato di essere d’importazione (e come sappiamo non solo metaforicamente, purtroppo). Wisit riconosce come causa di questa degenerazione l’urbanizzazione della vita dei cittadini che nelle grandi città sono diventati ciechi, privi di comprensione e di sensibilità, praticamente manipolabili da tutto e dal suo contrario. Così nei film del regista il “buono” viene sempre dalla provincia, come in questo caso Yod, riconosce gli antichi valori perché conosce solo quelli ed è idealmente puro quindi non è viziato dalle iniquità moderne. Naturalmente ne soffre perché questo viene a scontrarsi con tutti gli aspetti dell’esistenza e quindi anche nell’amore che è talmente sofisticato da essere diventato sporco. Da questo punto di vista Wisit è molto più simile nei temi ad uno Tsai Ming-liang (ma totalmente opposto nell’esprimerli) rispetto ad un Jeunet o ad un Nakashima che hanno uno sguardo apparentemente simile.

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