Cold Fish

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Cold FishIn generale le arti rappresentano per molti una valvola di sfogo ed il cinema non fa certo eccezione. Meraviglia per questo che in pochi abbiano provato a dare una spiegazione vagamente psicoanalitica dell’opera di Sono Sion. Ci ha provato per esempio il benevolo Mark Schilling, che è andato addirittura a scomodare la megalomania di Erich von Stroheim e il suo Greed, come paragone per l’ostentata prolissità dei minutaggi degli ultimi film. Restando invece con i piedi per terra e non concedendo più il beneficio del dubbio ad un regista, che è arrivato attualmente a firmare una ventina di lungometraggi, si potrebbe invece dire che la pellicola è ormai diventata per Sono un veicolo per manifestare continuamente le sue compulsioni ossessive.

Sebbene non raggiunga le quasi quattro ore del moloch Love Exposure, Cold Fish si attesta sui suoi centoquarantasei pesantissimi minuti. Il regista ci tiene anche, sin dai titoli di testa e con ottima cura grafica, a farci sapere che la storia è ispirata ad omicidi seriali realmente avvenuti in Giappone, ma si fatica a comprendere l’obiettivo di questa aderenza alla realtà visto che la chiave di lettura del film è quella del grottesco, piuttosto che quella del dramma familiare. E purtroppo come spesso capita con le sue opere sono in numero ben maggiore le perplessità elevate dalla visione che le possibili chiavi di interpretazioni.

Indubbiamente  la cosa ha il suo tornaconto visto che da una parte c’è una vasta schiera di estimatori e dall’altra una (presunta) minoranza di quelli che proprio non ci riescono a capire dove egli voglia arrivare. A nulla vale far notare che non vi sia alcuna coerenza interna per tutte le tematiche e le ossessioni inanellate in ogni film e che esse portino puntualmente ad un risultato assolutamente non corrispondente al numero di elementi tirati in ballo. La forza di Sono è proprio quella: fa un cinema che risponde alla domanda da parte del pubblico di assoluta difformità-distanza del substrato culturale nipponico dal resto del pianeta. Butta dentro il voyeurismo, l’erotismo morboso, la violenza, la cultura delle idol e del kawaii opportunamente sporcata, il transgenderismo ed è inutile dire quanto questo sia stato dissezionato ed esaminato in tanti altri film, perché il suo sguardo totalizzante fa sublimare il tutto in una immensa bolla allucinatoria.

E la storia di questo Cold Fish? Capita nella vita del ritroso e introverso Shamoto (Fukikoshi Mitsuru) di incappare in Murata (Denden). Entrambi fanno commercio di acquari, solo che Murata è –abbastanza inverosimilmente– miliardario grazie alla sua attività, mentre Shamoto ha una famiglia disastrata con una figlia (Kajiwara Hikari) che non lo rispetta e non accetta la nuova procacissima madre adottiva (Kagurazawa Megumi). Per questo se si riesce ad aggirare l’evidente ostacolo visivo rappresentato dai seni della Kagurazawa e ad immaginarsela nel ruolo di casalinga frustrata, bisogna poi fare anche lo sforzo immane di immaginarsi Denden come un sanguinario e spietato uomo d’affari, che fa a pezzi i suoi soci per privarli dei denari e che riesce a trascinare nella sua spirale di violenza il povero Shamoto.

Nel momento in cui Shamoto diventa succube di Murata entra in gioco il fattore Sono. E` ormai proverbiale la sua capacità di sapersi districare in queste cose annebbiando la vista dello spettatore. Per esempio un’armata di fanciulle in hot pants fa da commesse nel negozio di acquari e tra loro viene arruolata anche la figlia ribelle del protagonista. La moglie è una sorta di ninfomane che collabora negli omicidi del marito e si trastulla indistintamente col mostruoso avvocato di famiglia come anche con una delle commesse, mentre la Kagurazaka adora farsi schiaffeggiare prima di tradire il marito. Infine impossibile non citare che gli omicidi vengano celebrati con un bello smembramento dei cadaveri in una baita sperduta piena di crocifissi e statue della Madonna, quindi il classico posto dove la polizia, che ad un certo punto è sulle tracce dell’assassino, non andrebbe mai a guardare.

E le ossessioni sono tutte lì. Dai grossolani simbolismi come quello della Kajiwara, anch’essa succube del potere di Murata, che dà in pasto a dei piranha dei poveri pesci rossi fino all’insistenza sull’iconografia cristiana, che aveva trovato già ampio sfogo nel precedente e celebrato Love Exposure. L’involuzione tecnica e il ripiegarsi su sé stesso del regista si completa poi con la ripetizione autistica della sua “cifra stilistica” ovvero quella camera a mano sottolineata da una colonna sonora pedante fatta di piano, violoncello e altra invadente strumentazione, che già inficiava la riuscita finale di un altrimenti ottimo film come Strange Circus.

Nell’anno 2011, in cui un festival importante come quello di Torino decide di dedicargli una retrospettiva, è forse il caso di fermarsi a riflettere sulla percezione che abbiamo del cinema giapponese. Un’industria che ha tutt’ora in attività gente come Kitano, Tsukamoto, Toyoda, Miike, ma anche in misura minore Ishii, Sabu, Kobayashi, giusto per citare i più ovvii, è oggettivamente in salute rispetto alla gran parte delle cinematografie mondiali. Difficile piazzare l’opera di Sono vicino a quella di questi ingombranti conterranei, ma i fatti dimostrano che l’allucinazione collettiva è ormai compiuta.

Qualche avventato ha anche provato ad accennare al fatto che questo film sia meno riuscito poiché uscito sotto l’egida del gruppo Sushi Typhoon, ma pare davvero ingeneroso dare questa colpa ad altri dei suoi misfatti, anche alla luce del fatto che Nishimura ha quasi sempre curato gli effetti speciali per i suoi film ben prima di Cold Fish. Tutti i meriti e demeriti sono esclusivamente suoi, così come l’aver superato il punto di non ritorno e gloriarsene sembra una sua direttiva assoluta. Quel che si vede oggi nel suo cinema è la metastasi avanzata della materia morbosa che si affacciava in passato nelle sue opere migliori.

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