Confessions

Voto dell'autore: 4/5
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Se ci si aspetta una commedia agrodolce alla Memories of Matsuko, o un delirante susseguirsi di flash dai colori sgargianti, Confessions lascerà a bocca aperta. Abbandonato quasi del tutto l’uso dei colori, il nuovo Nakajima propone un thriller grigio solo nell’aspetto, affrontando in chiave seriosa, fin quasi all’ossessione, una serie di argomenti tutto tranne che leggeri.

L’opera in sé potrebbe dirsi conclusa già dopo la prima mezz’ora, ma Nakajima calca la mano, riproponendo ad nauseam composizioni asettiche che risaltano i temi trattati aggiungendo disagio al disagio. Nulla a che vedere con le commediole leggere alla Kamikaze Girls; qui, il genitore lontano, forza la mano all’omicidio. Una lunga lista di ciniche prese di posizione sulla società odierna e sulla new generation, sommersa da rabbia, incomprensione e, spesso, priva di basi solide. Non parliamo di giovani suicidi alla Suicide Club, sebbene non sia negabile una certa impronta alla Sono, ma di piccole menti deviate che nascondono in germe una tensione al disprezzo per la vita umana; sia esso dettato dall’ammirazione per la piccola sterminatrice di famiglie che spopola sul web, per l’ingegneria elettronica che diventa maestra bombarola o il forte desiderio di non essere ignorato. L’assassino è innocente ed impunito, coccolato dalla madre iperprotettiva o isolato. Ed è qui che entra in gioco il geniale twist che farà da filo conduttore: dinnanzi all’impotenza del sistema legale, subentra la giustizia fai-da-te. E basta veramente poco per far tremare l’animo. L’unico colore brillante dell’intero film fluttua sullo schermo e la sentenza sembra definitiva.

Su toni desaturati e lente carrellate laterali, una pacata Takako Matsu (l’inquietante professoressa Moriguchi) introduce la sua personale idea riguardo all’importanza della vita ad una classe disinteressata al limite del teatrale, parlando quasi tra sé e sé. La figlioletta Manami è stata da poco rinvenuta nella piscina dell’istituto. Morta. La polizia l’ha classificato come incidente, ma Yuko Moriguchi conosce la verità: due alunni della sua classe, denominati Studente A e Studente B, l’hanno uccisa. La legge non punisce i ragazzini, ma lei ha una visione tutta sua del concetto di “giustizia”, e di certo non ha intenzione di lasciare i due assassini impuniti.

Parallelamente un figlio abbandonato cerca la via per ingraziarsi la madre in carriera, coltivandone la passione per l’ingegneria elettronica ed applicando il suo genio nella costruzione di macchine di morte; arrogante e vanaglorioso, avvicina lo studente inetto, quello che pranza sempre da solo, non ha voti brillanti, viene etichettato come la nullità che non farà mai nulla nella vita. Nakajima insegna: sono sempre i più buoni a rivelarsi pericolosi.

La narrazione frammentata, spesso ripetitiva, risolve lentamente il puzzle vendicativo creato ad arte dalla professoressa, ed accompagna per mano lo spettatore dietro le quinte della vita dei piccoli criminali, deliziandolo con una colonna sonora d’eccezione (e.g. Radiohead) a volte fortemente in contrasto con la storia, ed una lunga serie di ralenti superflui, se non addirittura noiosi; ma il finale è rigenerante: la vendetta non ammette pietà o redenzione; solo il totale annullamento della persona designata.

Tratto dall’omonimo romanzo di Kanae Minato, Confessions offre un ampio panorama di soluzioni visive; spaziando dallo “stile Nakajima”, veterano dello spot dall’impronta alla ”videoclip musicale”, alla lenta narrazione verbale su scarne inquadrature che hanno un’impostazione più grafica. Tra i nove titoli in lizza per la Nomination all’Oscar, vincitore di diversi premi al Japanese Academy Awards (miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura e miglior montaggio), premiato al Far East Film Festival 2013 con il Black Dragon Audience Award, il film di Nakajima è l’ennesima prova del proprio talento.

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