Crosscurrent

Voto dell'autore: 4/5
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E’ stato mediamente maltrattato dalla critica questo Crosscurrent dopo il suo passaggio in concorso al sessantaseiesimo Festival di Berlino, dove però si è portato a casa il meritato premio per la fotografia. Fotografia maestosa e ipnotica, riconoscimento che -almeno questo- ha messo d’accordo tutti. Certo è un cinema ambizioso, finanche pretenzioso, ma come può esserlo quello di Andrei Tarkovsky nell’avvicendare un piccolo soggetto di genere e muoverlo parallelo a riflessioni metafisiche, filosofiche e ad una narrazione sapiente della Cina del presente. E’ una scatola polisemica in cui muoversi spaesati e affascinati di volta in volta da bagliori diversi.
Progetto mastodontico Crosscurrent, girato in pellicola 35 millimetri durante sei lunghi mesi di viaggio, in forma cronologica e con tutta la troupe a bordo di un battello, percorrendo per intero -dalla foce alla sorgente- il fiume Yangtze, l’anima, il ventre ctonio acquatico del paese.
Un progetto produttivo a basso budget ma monumentale, girato quasi interamente in acqua cercando di gestire la camera posta sui vari mezzi galleggianti.
Lo Yangtze è il fiume più lungo dell’Asia, il terzo al mondo e il più lungo a muoversi interamente in un solo paese. Si calcola che un terzo della popolazione cinese viva lungo le sue sponde. Ovvio che un fiume del genere abbia una storia e un significato fondante per la Cina.
Il fiume ha la sorgente praticamente nel Tibet e sfocia nei pressi di Shanghai. E’ da lì che parte il lungo viaggio di 98 giorni di un battello di pescatori con un equipaggio di tre persone e un carico illegale di pesce da portare fino ad Yibin. Ogni tappa è una città, una storia, una poesia e una donna diversa ma sempre uguale. Jiangyin, Nanjing, Digang, Tongling, Pengze, Ezhou, Yichang, l’attraversamento della diga delle tre gole e poi Zigui, Badong, Wushan, Yunyang, Fengdu e Fuling. Ogni città, un approccio fotografico, un’esplorazione, una cartolina, una visione mistica nella ricerca di fede o di un rapporto col prossimo freddo e momentaneo.
I fari del battello si muovono come le luci di un teatro nel cuore della notte a illuminare e cercare brandelli di montagne, di acqua, di misteri mentre un oscuro presagio legato alla superstizione si scaglia sul mezzo con conseguenze luttuose e drammatiche.
Spiritualità, emotività e calore si contrappongono ad un senso della materia e del materialismo. Film soffocato nella notte, nella nebbia e nello smog, percosso da un apparato sonoro magistrale in parte in presa diretta che prende vita e diviene testimone partecipe del “pellegrinaggio”. E poi l’abbandono di fronte ai fuochi d’artificio nella notte o di giorno, la superstizione, le religioni, città abbandonate e “rilocate” a causa delle costruzione della monumentale diga, templi, montagne, fuoco, elementi, la decadenza del passato che si fonde e talvolta intacca il folgorante balzo in avanti del futuro, dei palazzoni, dei grattacieli perennemente affollati di gru e partiture in costruzione.
Crosscurrent è un film complesso ma prezioso, stordente e accecante. I nuovi registi cinesi dimostrano sempre di più di essere abilissimi narratori, visivi e non, del loro paese e come, almeno in questi anni, il migliore cinema d’autore (e non solo) arrivi proprio da qui.
Un’esperienza visiva inedita e indimenticabile che fa tornare una grossa nostalgia nei confronti dei poteri della gamma visiva della pellicola.

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