Crying Out Love, in the Centre of the World

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Crying out Love in the Centre of the World

Durante il capodanno cinese ad Hong Kong accadeva un fatto strano. Solo due pellicole nazionali -record negativo di sempre- cercavano di portarsi a casa i maggiori incassi durante le feste, Seoul Raiders (film proprio brutto) e Himalaya Singh (troppo allucinante per poter piacere ad un pubblico di massa) e rimanevano schiacciate da un fiume di pellicole discutibili statunitensi. Il resto delle sale era occupato o da film minori o da seconde visioni, tranne un caso, un film giapponese, adeguatamente promosso, che rispondeva al nome di Crying Out Love, in the Center of the World.
Come mai? Semplice, forse per il fatto che il film in questione era stato il secondo maggior incasso nazionale dell’anno in Giappone dopo i record storici guadagnati dal film d’animazione di Hayao Miyazaki,  Il Castello Errante di Howl. In un anno ancora in crescita per il cinema giapponese alcuni dicono che l’inaspettato incasso del film è dovuto a una serie di coincidenze, tra cui il fatto di essere capitato al momento giusto -come dice Mark Shilling- “quando il dramma televisivo coreano di successo Winter Sonata aveva lanciato la moda di tutto ciò che era coreano, compresi i drammi chiamati “junai” (amore puro) su coppie sfortunate – una categoria in cui il film si inseriva perfettamente”.

Ma forse non è tutto qui. Il successo del film è forse rinchiuso nella capacità di aver presentato un film che non bara, un melodramma nostalgico e onesto, struggente e commovente, diretto con mano sicura, capace, grazie ad uno stile moderno, di attrarre anche un pubblico allergico a prodotti del genere per partito preso, esteti di una visione cinematografica machista e dura. Lontani sono gli yakuza duri e misogini di Fukasaku, qui il fulcro è focalizzato su una storia d’amore etero, platonica e tenera, piena di colpi bassi ma mai crudele/cruenta come ad esempio A Family di Lee Jung-chul, altro film presente al Far East Film Festival 2005.

Una storia d’amore oltre la malattia (come A Family appunto) oltre la morte, dotata di alcune di quelle derive antibuoniste estreme presenti ad esempio nel bellissimo Josee, the Tiger & the Fish (Inudo Isshin, 2003). Una specie di madeleine proustiana postmoderna rievoca ricordi di un passato rurale nostalgico e di un amore mai rimosso, impossibile e straziante. Un shojo manga dotato di una dignità e compattezza che lo rende più eterno di un semplice viaggio in autobus. Probabilmente il fatto di svolgersi su un doppio registro temporale ha dato al film la possibilità di essere fruito da più fasce di spettatori.

E forse il segreto del successo è tutto lì, nel giocare a carte scoperte, commovendo senza barare, senza retorica e senza prevedibilità. Un piccolo, lungo (138 minuti) film da recuperare per una serata di piacevole malinconia.

Il film è ispirato ad un fortunato libro edito anche in Italia.

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