Cult

Voto dell'autore: 3/5
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Il regista Kōji Shiraishi è ormai un bel personaggio. Dopo gli studi, ha fatto da assistente su titoli del calibro di August in the Water e Waterboys prima di catapultare la propria carriera nell’horror tipicamente “stagionale”. Per “stagionale” si intende quello modaiolo che di volta in volta va a toccare oggetti, leggende metropolitane, stili tipici che emergono ciclicamente. Riesce però a farlo sempre con una sua impronta personale che raramente riesce a impugnare il film in un’unica direzione dall’inizio alla fine. Come in questo caso in cui la storia parte come un classico mockumentary alla Paranormal Activity, regalando anche una buona ora di tensione e paura, salvo poi deragliare nel delirio e in una deriva pop in effetti irresistibile e al contempo disorientante. Ha alle spalle d’altronde un film sulla donna dalla bocca tagliata (Carved), storie di fantasmi (Yu-rei) e un buon esemplare di torture porn estremo (Grotesque), probabilmente il suo lavoro più noto in occidente. Questo Cult fa parte di una sorta di trilogia intitolata Next Horror, diretta da altrettanti registi e senza apparenti legami tra un film e l’altro,  composta oltre che da questo Cult, da The Crone (Naitô Eisuke) e da Talk to the Dead (Tsuruta Norio).

Qui un trio di attrici con cameraman e esorcista a seguito devono indagare in una casa dove madre e figlia avvertono inusuali segnali nefasti. Il pretesto iniziale è minuscolo ma si indirizza verso una deriva apocalittica quasi lovecraftiana. Se di oggetto di maniera parliamo visto che il regista ha già lavorato su strutture e temi simili, Cult, come prodotto in sé è innegabilmente riuscito e divertente pur nel suo esile budget che si riflette su effetti digitali volutamente naif. Promosso.

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