Curry & Pepper

Voto dell'autore: 3/5
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Curry & PepperIl menù di questo film è più che interessante. Antipasto con la regia di Blacky Ko, che coreografa anche le sequenze action e recita il ruolo di un killer filippino. Primo piatto con la fotografia di Andrew Lau (co-regista di Infernal Affairs) e la produzione di Peter Chan (Dumplings). Il secondo piatto è affidato alle performance di Stephen Chow (Kung Fu Hustle) e Jackie Cheung (Bullet in the Head) con contorno di Eric Tsang (Infernal Affairs) e Ann Bridgewater (Full Contact). Infine il dolce è servito dalla sceneggiatura di James Yuen (Crazy n’ the City). Il pasto alla fine si risolve in modo casereccio senza ambizioni nè tenuta sofisticata da gran ristorante, ma con tutta la semplicità e spontaneità rude di un Dim Sun. Curry (Jackie Cheung) e Pepper (Stephen Chow), sono due poliziotti bene assortiti, amici da sempre e perennemente pronti alla condivisione e alla totale altruistica uguaglianza. L’arrivo di una bellissima ragazza, la giornalista interpretata da Ann Bridgewater che vuole fare un servizio sulla polizia di Hong Kong servendosi dei due, sarà il primo stadio dell’incrinatura del rapporto. Il secondo stadio sarà l’avvento di un killer filippino brutale e spietato. E’ grazie a questa progressione narrativa che i due amici scopriranno che non sono la specularità caratteriale a formare un duo invincibile ma proprio le differenze a la coincidenza degli opposti, una perfetta fusione di yin e yang che trova la totale affermazione nel proiettile dell’uno che calza solo nella pistola dell’altro, snodo finale e risoluzione narrativa. Il film è chirurgicamente sezionato in due parti (di nuovo il dualismo), perfettamente (temporalmente) uguali. La prima di pura commedia atta a rappresentare i giochini di routine del duo, la parte della comunione. La seconda è la sezione delle rotture, della separazione, della crisi sentimentale, della perdita dell’amico, del rancore che trasforma improvvisamente e inaspettatamente il film in un heroic bloodshed violento e brutalmente coreografato. Il finale a colpi di arma bianca e da fuoco all’interno di una nave prende la lezione di John Woo e ne mescola le componenti restituendone un risultato simile. Nel corso del film si riesce anche a godere di brevi accenni di vita urbana, con panoramiche del basso della città, dei ristorantini piccoli e sudici, critiche aspre ai turisti visti sempre con sospetto (e in questo caso a ragione), malavita dei bassifondi. Chow è ancora un pò ammanettato e ben lontano dai suoi fasti genialmente comici e il film non risulta altro che un piacevole passatempo senza eccessive pretese (la storia alla fine è ben poco). Regia di ordinanza e ottime coreografie di un grande Blacky Ko, uomo di cinema scomparso e mai troppo rimpianto.

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