Cursed

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CursedOgni individuo che si reputa appassionato di cinema non può in questo momento non tenere gli occhi fissi verso il cinema asiatico in generale e quello giapponese in particolare per assistere ad un evento produttivo praticamente inedito o comunque assai raro. Siamo nell’ambito dell’horror giapponese, quello che ha rinnovato istantaneamente da un giorno all’altro tutto l’immaginario mondiale del filone. Che il Giappone fosse un paese frenetico ormai lo sanno tutti. Ma è interessante osservare come in un attimo sia stato creato lo stereotipo/film simbolo (Ring, Cure o chi preferite), che ha rilanciato in toto il genere, producendo un numero stranamente alto di film di ottima qualità, sia direttamente derivativi (Ju-On, Dark Water, Kairo, Kourei, The Call) che diametralmente diversi (Stacy, Suicide Club, Tomie, Uzumaki, Audition). Dopodichè sono arrivati i fondi di magazzino in massa a saturare il mercato come accade speso in questi casi, spesso film mediocri (Shibuya Kaidan, la nuova versione di Hanako e così via). Ora, allegeritasi la morsa, spuntano di nuovo prodotti freschi e intriganti, pronti a proporre qualcosa di nuovo con una messa in scena inventiva. Spesso sono film a basso budget, spesso diretti in video, spesso sono dei film inguardabili (tipo Suicide Manual) altre volte sono prodotti molto coinvolgenti. Cursed è uno di questi.

La cosa strana è che tutto questo percorso si è svolto in una manciata di anni quando in altre cinematografia possono volerci decenni per uno sviluppo del genere di un filone.

Cursed nasce già maledetto dal fatto di avere il nome occidentale uguale a quello dell’ultimo film di Wes Craven, pronto ad offuscarne le qualità.

Dietro al film non c’è una vera e propria storia, ma un pretesto che è il luogo centrale del film, un vero e proprio co-protagonista; Un piccolo supermercato di provincia è canalizzatore e fulcro di una massa enorme di forze maligne paranormali. Quello che accade all’interno, all’esterno e nelle immediate vicinanze del luogo, nonchè ogni singolo cliente (che spende sempre 666 yen o cifre simili) sono spunti per la descrizione e narrazione di un mini episodio basato su un “effetto paura”, su una leggenda metropolitana. Fortunatamente non si subisce una visione a cortometraggio, ma tutti gli episodi sono fusi e integrati tra loro, costruiti a montaggi alternati e il risultato finale è decisamente positivo oltre al fatto che sono tutti legati da alcuni personaggi ricorrenti; a ben guardare rimangono delle cose in sospeso ma alla fine la reazione è come di fronte a Suicide Club, che, anche se non funziona fino in fondo, riesce a coinvolgere grazie alla enorme originalità del progetto. Sarà l’effetto del digitale (il film è girato in digital beta) a dare al film una fotografia satura di colori, sarà la regia ultrapop ma mai tendente all’epilettico di MTV, saranno gli effetti speciali (in 2 e 3D) molto vistosi e irreali (ma non sempre) ma il film assume un fascino irresistibile. Lo stile -forzando le cose- può ricordare sia gli esperimenti folli di Higuchinsky e del suo ‘dittico’ (Uzumaki/Long Dream) che la Paranoia Agent di Satoshi Kon. Il film è tratto da delle storie brevi di Yumeaki Hirayama che appare anche in cameo nel film. Alcune sequenze sono da annali, assolutamente imprevedibili, mentre a metà film un uomo viene adescato da un fantasma bambino tramite una palla bianca che rimbalza; Fellini e Bava sono arrivati anche in Giappone.

Tra gli attori una nota alla idol pinupposa Hiroko Sato e a Susumu Terajima (Hana-Bi, Kyashan – La Rinascita) onnipresente anche in film più piccoli come questo, esempio nobile di grande attore.

Un film assolutamente da vedere per chi vuole distrarsi da un universo di horror che stavano diventando troppo uguali a sè stessi. Una piacevole sorpresa, surreale e di puro intrattenimento.

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